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	<title>Blog di Walter Mendizza</title>
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		<title>Non siamo ancora adulti per meritarci Wikileaks (Pubblicato su N.R. il 6/12/2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 22:19:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lascia sgomenti sentire le unanimi condanne di irresponsabilità che tutti i governi in coro hanno rilasciato nei confronti di Wikileaks, l’organizzazione internazionale che riceve in modo anonimo documenti protetti da segreto e poi li mette in rete sul proprio sito web. In un anno dalla nascita il suo database contava più di un milione di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lascia sgomenti sentire le unanimi condanne di irresponsabilità che tutti i governi in coro hanno rilasciato nei confronti di Wikileaks, l’organizzazione internazionale che riceve in modo anonimo documenti protetti da segreto e poi li mette in rete sul proprio sito web. In un anno dalla nascita il suo database contava più di un milione di documenti. Segno evidente che c’è un gran bisogno di dire come stanno le cose in contrapposizione alla necessità opposta di tener tutto calmierato. Le fughe di notizie (dall’inglese “leak”) hanno comportato un grande imbarazzo nell’amministrazione americana perché i contenuti dei documenti riservati non facevano proprio il panegirico dei soggetti dei quali si parlava, piuttosto denunciavano le reticenze e le falsità della diplomazia e delle fonti ufficiali.</p>
<p>Ovviamente il Potere con la P maiuscola si è messo in moto e qualche giorno fa il provider che forniva il dominio wikileaks.org ha interrotto la fornitura del dominio per presunta violazione di una clausola contrattuale. Poi il sito fu sfrattato dai server di Amazon e dovette trasferirsi prima su server svedesi e poi su quelli svizzeri. Già nel 2008 il sito web fu chiuso per decisione di un tribunale californiano dietro le pressioni di una banca svizzera che si riteneva diffamata. Poi lo stesso giudice autorizzò la riapertura del sito. Adesso è stato definitivamente oscurato grazie all’intervento della candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti, Sarah Palin ed il senatore indipendente Joe Lieberman, capo del Comitato di Sicurezza Nazionale della Camera Alta degli Stati Uniti, che ha obbligato l’azienda Amazon ad espellere Wikileaks.org dai propri server. Infatti, dal 1° dicembre Wikileaks è stato oscurato, non è più possibile accedere all’indirizzo www.wikileaks.org. Tuttavia i tecnici di Wikileaks lo hanno reso di nuovo accessibile prima con il dominio svizzero .ch e poi con i domini europei .eu, .fi, .nl e .de.<br />
Al momento in cui sto scrivendo è arrivata la notizia che il sito svizzero è stato appena oscurato. Un braccio di ferro tra il Potere e la libertà di espressione. Un braccio di ferro su più fronti dato che in contemporanea uno dei fondatori Julian Paul Assange, giornalista australiano, classe 1971, è diventato il ricercato numero uno dalla polizia di tutto il mondo. Due settimane fa, il 20 novembre 2010 è stato emesso un mandato di arresto internazionale tramite Interpol dalla polizia svedese utilizzando il Sistema di Informazione Schengen, in modo da assicurarsi che fosse visibile da tutte le forze di polizia del mondo. Accipicchia. E’ addirittura più ricercato di Bin Laden! Colmo dei colmi è che questo signore non è cercato (come ci si potrebbe aspettare) per quello che ha fatto; cioè per aver messo a disposizione di tutti le note ipocrisie delle cancellerie e delle fonti ufficiali che verso il pubblico descrivono situazioni collaborative mentre in privato protestano contro quelle stesse fonti per la loro doppiezza. No, non è ricercato per aver segnalato i vizi privati nascosti dietro le pubbliche virtù, ma è ricercato per un presunto reato di stupro nei confronti di due donne svedesi!</p>
<p>Vengono dubbi sulla natura di questo provvedimento. Basti solo notare la coincidenza temporale del mandato di cattura con l&#8217;arrivo delle nuove rivelazioni. Dal canto suo, Assange ha ammesso che durante il periodo che è stato in Svezia ha avuto diverse relazioni con donne svedesi, ma erano tutte consenzienti. Viene spontaneo chiedersi: come mai il Tribunale Supremo di Stoccolma ha rifiutato un ricorso in sua difesa? Come mai è spiccato subito l’arresto in contumacia? Come mai tanto accanimento contro un presunto reato di stupro, proprio nel momento in cui il Pentagono dichiara che la pubblicazione dei documenti riservati è un tentativo irresponsabile volto a destabilizzare la sicurezza globale? Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Ed Assange è certamente un duro dato che ha pensato una mossa geniale: l&#8217;intero archivio di documenti segreti è stato spedito a centomila persone diverse, in diverse parti del mondo, in forma criptata. Se dovesse capitargli qualcosa o se lui o qualcuno dei suoi collaboratori dovessero sparire diventando irreperibili, la chiave elettronica per decriptare i documenti rendendoli leggibili verrebbe spedita in automatico alle centomila persone.<br />
Certo, il reato di stupro è senza dubbio una brutta faccenda, ma il sospetto che le cose non stiano così e che l’intera vicenda delle molestie sessuali sia stata pilotata ad hoc, è troppo forte. Forse siamo talmente ipocriti che abbiamo bisogno di inventarci una scusa ipocrita per sbattere in galera uno che denuncia le ipocrisie! Se le cose stanno così, come si fa a non essere dalla parte di questo “Zorro digitale”, di questo “Robin Hood del web”? Già a 16 anni Assange cominciò la sua carriera di hacker sotto il nome “Mendax” e scrisse alcune regole elementari per gli hacker che mostrano una grande nobiltà di spirito: “Non danneggiare i sistemi computazionali nei quali entri, non cambiare le informazioni che trovi, ma condividile”.</p>
<p>Viene spontaneo pensare ai radicali, alle loro battaglie per la giustizia giusta, per la trasparenza, per la legalità. Sono battaglie che hanno la stessa natura di quella di Pannella affinché non vengano bruciati i nastri delle conversazioni ancorché registrati illegalmente, ché, rappresentano uno spaccato dell’Italia e del mondo in cui viviamo. Viene spontaneo difendere Wikileaks e chiedere a gran voce che sia nuovamente messa in chiaro, ufficialmente, senza sotterfugi. Viene spontaneo chiedere che venga tutto pubblicato, soprattutto quando i fatti non mettono a repentaglio la vita di nessuno. Viene spontaneo nell’assiologia radicale offrire una presidenza onoraria adesso che si sta organizzando il congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. Una presidenza ad Julian Assange che ha dimostrato di essere un vero libertario portandosi al di fuori dalle dialettiche delle ragion di stato. Uno fatto della stessa pasta di Pannella.</p>
<p>Purtroppo però sappiamo che denunciare il re nudo gli costerà molto, o in termini di ostracismo o peggio, di persecuzione. Siamo ancora troppo bambini per conoscere le verità. E il nostro Paese è ancora più bambino degli altri. Perciò in Italia tutto viene secretato: fascicoli, conti, verbali, video, interrogatori, perfino nell’indagine su Vallettopoli è stato secretato l’interrogatorio sul “festino”. Dobbiamo continuare a credere a Babbo Natale, a Gesù Bambino, credere nei miracoli, nella Madonna e, soprattutto, nella bontà di chi ci comanda. A quando un Assange italiano? Nel mentre offriamo ad Assange la presidenza onoraria del partito Transnazionale. Credo che la meriti se non altro per il codice deontologico che si era dato già quando aveva 16 anni: non distruggere le informazioni ma condividerle.</p>
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		<title>Ligresti: il capitalismo predatorio e la peste italiana (Pubblicato su N.R.17/11/2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 22:14:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[17-11-2010 Prima di avventurarci a descrivere la finanza rapace di Salvatore Ligresti, prenderò da Wikipedia un piccolo decalogo di informazioni, utile a tratteggiare il personaggio: 1) Salvatore Ligresti è un imprenditore siciliano nato a Paternò (Catania) il 13 marzo del 1932. Si laurea a Padova in ingegneria e si trasferisce a Milano, dove divenne ben [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>17-11-2010<br />
Prima di avventurarci a descrivere la finanza rapace di Salvatore Ligresti, prenderò da Wikipedia un piccolo decalogo di informazioni, utile a tratteggiare il personaggio:<br />
1) Salvatore Ligresti è un imprenditore siciliano nato a Paternò (Catania) il 13 marzo del 1932. Si laurea a Padova in ingegneria e si trasferisce a Milano, dove divenne ben presto uno dei principali immobiliaristi;<br />
2) Nel 1992 risultò coinvolto in Tangentopoli, quindi venne arrestato e condannato per tangenti. Dopo aver patteggiato 2 anni e 4 mesi con la giustizia, affidato ai servizi sociali, torna all&#8217;attività di costruttore;<br />
3) Ligresti ha presentato domanda di ritorno allo stato di incensurato, grazie ad una norma che fa tornare immacolata una fedina penale sporca quando siano passati almeno cinque anni dall’espiazione della pena e il pregiudicato «abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta». Il Tribunale di sorveglianza di Milano nel Settembre 2005 ha accolto la sua richiesta;</p>
<p>4) Ligresti ha tre figli: Giulia Maria, Gioacchino Paolo e monella;<br />
5) Partecipazioni imprenditoriali:<br />
a) La holding Premafin Finanziaria Spa Holding di Partecipazioni, controllata da un patto di sindacato stipulato tra società riconducibili a Salvatore Ligresti e ai suoi tre figli, è quotata sulla Borsa Italiana.<br />
b) Il gruppo Starlife controlla il 17.613 per cento della finanziaria tramite Sinergia Holding di Partecipazioni Spa (10,112 per cento), controllata direttamente da Starlife SA, e Immobiliare Costruzioni IM.CO. Spa (7,501 per cento), controllata da Starlife SA tramite Sinergia.<br />
c) I  tre figli di Salvatore Ligresti controllano il 29 per cento della società tramite tre holding lussemburghesi:<br />
° Giulia Maria tramite Canoe Securities SA<br />
° Gioacchino Paolo tramite Limbo Invest SA<br />
° Jonella tramite Hike Securities SA<br />
6) Ciascuno possiede un 9.687 per cento della società ma tutte le quote sono intestate alla fiduciaria Compagnia Fiduciaria Nazionale Spa.<br />
7) Ligresti è coinvolto nei più ricchi affari urbanistici di Milano (Expo 2015, Fiera e Garibaldi-Repubblica), di Firenze (Castello e Manifattura Tabacchi), di Torino. <img src='http://waltermendizza.blog.tiscali.it/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Nel Novembre 2008 risulta indagato insieme a Gianni Biagi e Graziano Cioni dalla Procura di Firenze per ipotesi di corruzione. La vicenda riguarda il progetto di Castello della città di Firenze;<br />
9) Nel 2004 entra nel consiglio di amministratore della Rcs MediaGroup, società editrice di quotidiani quali il Corriere della Sera e la free press City la figlia Jonella. Sempre attraverso Premafin, la famiglia Ligresti possiede il 5.291 per cento di Rcs MediaGroup e partecipa al patto di sindacato che controlla la società editrice;<br />
10) Ligresti è presidente onorario di Fondiaria-Sai, gruppo assicurativo torinese quotato sulla Borsa di Milano e controllato dalla famiglia Ligresti tramite la holding Premafin Finanziaria Spa Holding di Partecipazioni che direttamente o indirettamente ne possiede una quota del 47 per cento; Ligresti è membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo Unicredit.</p>
<p>La macchina del fango</p>
<p>La democrazia è in pericolo perché se ti poni contro certi poteri<br />
quello che ti aspetta è un attacco della macchina del fango.<br />
Allora prima di criticare ci pensi un po’, e quando<br />
questo accade inizia a incrinarsi la libertà.<br />
Roberto Saviano<br />
(La macchina del fango)</p>
<p>Agli inizi del terzo millennio, la compagnia di assicurazioni SAI di Ligresti mise a segno una serie di obiettivi finanziari. Nel 2002, con la regia di Mediobanca, riuscì ad impedire che la Fiat s’impossessasse di Fondiaria, la compagnia d’assicurazioni fiorentina controllata da Montedison. Così la sua compagnia assicurativa, la Sai, comprò il 6,7 per cento di Fondiaria e s’impegnò a rilevare un ulteriore 22,2 per cento. Il prezzo era esoso: 9,5 euro per azione, ma tanto la cosa non importava a Ligresti in quanto sarebbe stata poi Mediobanca incaricata di trovare i soldi. Solo che la Consob si mise di traverso dicendo che l’operazione era contro le regole: se la Sai voleva Fondiaria, deve lanciare un’Opa trasparente sul 100 per cento del capitale. Una mossa da far inabissare anche il Titanic. Era troppo. Tuttavia Ligresti riesce a reperire una banda di «cavalieri bianchi» (Jp Morgan Chase, Interbanca, Mittel, Commerzbank) guidata dal finanziere Francesco Micheli, che compra il pacchetto di Fondiaria e, a cose fatte, lo gira alla Sai. Visto l’andazzo, alla Fondiaria non resta che fare buon viso a cattivo gioco e accettare la fusione con Sai. Dunque la SAI riuscì a prendersi, nel maggio 2002, la Fondiaria Assicurazioni senza che fosse fatta l’opzione dell’Opa residuale che è obbligatoria per legge. Gli azionisti di Fondiaria fecero causa ed ebbero ragione. Fonsai fu condannata a pagare il differenziale del valore delle azioni ed in più furono multati i vertici del gruppo.<br />
Fu in questo contesto che, nello stesso periodo, la Sai acquisì le compagnie triestine Sasa e Sasa Vita. Un’operazione minore rispetto ai grandi giochi di potere che si sarebbero consumati da lì a poco con Fondiaria. Sai non aveva una lira per poter acquistare il gruppo triestino, così mise in moto la macchina del fango per esagerare i presunti andamenti negativi nel ramo auto di Sasa e riuscire a farsi dare le compagnie praticamente in regalo dalla sprovveduta Cofiri (del gruppo IRI) che di assicurazioni non ne capiva nulla.<br />
A Trieste approdarono una serie di figuri di dubbio valore tecnico, alcuni dei quali celavano un turpe banditismo assicurativo. Dato che l’intero gruppo dirigenziale di Sasa fu fatto sparire, io decisi che per quanto mi riguardava era importante documentare quello che era avvenuto. Così nacque lo scritto “Storia di una ordinaria ingiustizia” che pubblicai sul mio sito www.waltermendizza.it nel 2005. Si trattava di un semplice racconto del licenziamento di un dirigente di Sasa Vita (il sottoscritto) ma a parere del management ligrestiano il racconto conteneva un “ingiustificato e diffamatorio attacco all’intero Gruppo Fondiaria Sai”. Accipicchia! E dire che il licenziato ero stato io! Questa “Storia” provocò una sfilza di reazioni rabbiose e sproporzionate da parte del management di Ligresti che si conclusero con un ricorso ex art. 700 c.p.c. dove si richiedeva la chiusura immediata del mio sito internet e in subordine l’eliminazione dello scritto. So di dire cose che appaiono a dir poco allucinanti, ma così è stato.</p>
<p>Dato “l’interesse” dimostrato, era evidente che non si voleva che fosse raccontato alcunché di quella storia. In questo modo, accolsi la richiesta del giudice di eliminare alcune espressioni a tinte forti (del tipo baffetti alla Clark Gable, “satrapo mesopotamico” per intenderci). Questi erano gli epiteti usati come pretesto per far scattare il ricorso ex art 700 chiedendo la chiusura immediata del sito e per affibbiarmi un procedimento penale a mio carico con l’imputazione del reato di diffamazione “perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso… offendeva la reputazione“, ecc. Non c’è esempio più lampante di questo per mostrare come funziona la macchina del fango. E’ appena il caso di notare che nella storia raccontata non avevo mai fatto alcun nome!</p>
<p>E pensare che venivo accusato da gente mediocre al servizio di uno che nel 1986 venne indagato per corruzione e sei anni dopo, nel ’92 venne travolto da tangentopoli e finì a San Vittore e che le altre vicende giudiziarie le ha chiuse con il patteggiamento. Mi chiesi diverse volte come fosse possibile una cosa simile. Perciò decisi che la storia doveva essere raccontata con più dovizia di particolari. Così nacque “Cronaca di un licenziamento annunciato” che c’è nel mio sito da quando il giudice mi diede l’ok per tenere il racconto a patto di togliere i baffetti alla Clark Gable, satrapo, e qualche altra cosa che neppure ricordo. Il nuovo racconto è la cronaca del licenziamento di un dirigente di Sasa Vita (il sottoscritto). Tuttavia, quel licenziamento ingiustificato, arbitrario e irrazionale era indice di una ostinazione più pervicace: chi non si adeguava a coprire le malefatte doveva andarsene perché non poteva far parte della camarilla nascente che voleva solo appropriarsi del giocatolo senza alcun interesse industriale. Non una idea, non una visione del business e neppure un interesse di quanto era stato fatto, ma solo povertà di pensiero e totale inettitudine a guardare il futuro e, ovviamente, coprire le malefatte come quelle a riguardo del disastro aereo dell&#8217;ATR  avvenuto in Kosovo nel 1999. Ora, finalmente, la vicenda è stata incardinata con un esposto davanti alla Procura della Repubblica di Roma, dove peraltro continua il processo penale dei funzionari responsabili tecnici della Società: due hanno optato per il rito abbreviato e il giudizio si è concluso con la condanna alla pena di 4 anni di reclusione ciascuno, mentre per gli altri due il procedimento continua.</p>
<p>Profondo Rosso<br />
Nella galassia Ligresti, c’è un solo uomo al comando. Ed è Salvatore Ligresti. Un uomo di talento con capacità finanziarie quasi rabdomantiche. Per difendere il suo vecchio corpo ormai quasi ottantenne anche dalle più piccole delle preoccupazioni si è inventato uno scudo impenetrabile di corifei leccapiedi. I giudizi di disvalore sul management di Ligresti appaiono oggettivi non solo perché accompagnati da congrue motivazioni, ma perché l’incapacità di quel management è venuta progressivamente a galla in una raggiera di comportamenti che hanno messo in luce una mediocrità generalizzata, organizzata per cordate, sorretta da un club di accesso esclusivo di adulatori garantiti dal nome di famiglia e da comportamenti spudorati di portaborse servili.</p>
<p>Ad esempio, nel 2006 (ben 5 anni dopo l’espulsione dell’intero quadro dirigente) la nuova consorteria della Sasa ricevette una sanzione record da parte dell’Isvap e ciò costituiva in qualche modo una prima dimostrazione dell’incapacità di gestione che venivo denunciando. Naturalmente le sanzioni continuarono anche negli anni seguenti e in modo sempre più pesante, tanto che tutto il gruppo assicurativo di Ligresti: Sasa, Milano Assicurazioni e la stessa capogruppo FonSai, ebbe l’ebbrezza di scalare la vetta della classifica sanzionatoria, collocandosi nei primi posti. Nell’articolo “Un esempio di brigantaggio assicurativo” riporto la lista di sanzioni ed infrazioni che quella dirigenza di mezzecalze e per di più con le scarpe bucate, riuscì a farsi comminare in pochi anni.</p>
<p>Dato che il codice prevede che una condanna definitiva faccia venire meno i requisiti di «onorabilità» indispensabili per guidare una compagnia d’assicurazione, il pregiudicato Ligresti non ha potuto far altro che lasciare tutte le cariche sociali che aveva e farsi sostituire dai figli: Jonella diventa presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca; Giulia siede nei consigli di Sai, Premafin e Telecom, ma è più interessata alle sue borse e accessori in pelle, che disegna di persona e commercializza con il marchio Gilli (v. www.gilli.com); infine Paolo, il figlio minore, è presidente di Sai International e vicepresidente di Atahotel, la società che controlla gli alberghi del gruppo.</p>
<p>Dopo che nel settembre del 2005 il Tribunale di sorveglianza di Milano accolse la sua richiesta di ritornare “vergine” cioè allo stato di incensurato per aver dato “prove effettive e costanti di buona condotta”, Ligresti si è ricostruito la verginità ed è stato riabilitato. Non ha dovuto più angosciarsi per le sue performance giudiziarie, uno scudo umano di ruffiani, lusingatori e cortigiani l’ha reso un sultano a tutti gli effetti. E come tutti i sultani, poco gli interessa delle deficienze, delle carenze, delle inadeguatezze di quanto gli gira attorno.</p>
<p>Dunque Ligresti ha messo alla presidenza del CdA del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai nato alla fine del 2002 dalla fusione delle due preesistenti compagnie, la figlia Jonella; sì, proprio quella che il 25 luglio del 2007 ebbe la disavventura di essere stata dottoressa per sei ore soltanto, perché la laurea, appena conseguita, le venne subito revocata dal ministro dell’Università, irritato per la facilità con cui spesso in Italia vengono distribuiti i diplomi «ad honorem». Ad ogni modo, ormai Ligresti deve pensarla alla greca, in termini di kalòs kai agathòs, che nella cultura ellenica indicava l’ideale perfetto di bellezza (Jonella) e valore morale (lui in persona), al riparo delle porcate delegate ai suoi galoppini che fanno il bello e cattivo tempo nelle sue controllate, abituati anche loro ad attorniarsi di barboncini dal pensiero unico conformista come simpatico repertorio di una classe dirigente che non sa fare nulla tranne il gioco delle tre carte con gli assets delle loro compagnie per camuffare costantemente le casse dell’impero di famiglia che sono in profondo rosso.</p>
<p>Certo che qualcosa si dovrà pur muovere nella galassia Ligresti che ha un estremo bisogno di liquidità per raddrizzare i conti in profondo rosso. La sola Fonsai ha chiuso il 2009 con un rosso di quasi 370 milioni, dopo che nel 2007 aveva chiuso con un utile di 620 milioni e nel 2008 tale utile era sceso a 90 milioni. Ha dovuto rinegoziare i debiti della cassaforte di famiglia (Sinergia) e sciogliere la partnership con Bpm, ma questi sono stati i primi passi assolutamente insufficienti.</p>
<p>Dunque si è pensato di vendere gli asset minori in campo assicurativo (Liguria e Sasa) e nonostante il gruppo Sasa sia stato acquisito in regalo dalla Cofiri, oggi ne vuole 300 milioni assieme alla Liguria. Questi sì che sono affari! Si potrebbe pensare che tali compagnie siano state messe in condizioni di correre e competere nel mondo assicurativo; macché … niente di tutto questo. Anzi. Hanno insegnato loro a scalare le veti delle sanzioni amministrative comminate dall’Isvap. Purtroppo i 300 milioni che i nostri furbacchioni richiedono, non basterebbero, perciò si susseguono le voci riguardanti la Milano Assicurazioni (altra pluripremiata in termini sanzionatori, che ha chiuso in rosso per 169 milioni) ma in queste condizioni è ovvio che Ligresti non trovi facilmente acquirenti disposti a pagare tanto per compagnie che non valgono niente, soprattutto per il livello del management che le governano.</p>
<p>La verità è che Ligresti dovrebbe pensare ad un intervento al cuore del gruppo cedendo la capogruppo Fondiaria Sai. Prima lo fa e meglio è. Purtroppo questo non rientra nel suo disegno finanziario. La Sai è una sorta di primo amore: ha avuto il primo pacchetto di azioni in “eredità” da un suo compaesano, Raffaele Ursini, (uno che portò a fallimento il gruppo Liquigas). A dire il vero, non si trattava di un’eredità. Ursini, dopo il crac, scappa in Brasile, lasciando il prezioso malloppo nelle mani dell’amico fidato. Non riuscirà più a ritornarne in possesso. Per Ursini, si trattava di una «vendita simulata»: il 20 per cento regalato, il 10 ceduto con la formula del «patto di riscatto». Ma Ligresti la raccontò in modo diverso: le azioni furono da lui regolarmente acquistate e pagate. Una sentenza, dopo un contenzioso iniziato nel 1988 e durato anni, gli diede ragione. </p>
<p>Adesso Ligresti è di nuovo nei guai finanziari e per venirne fuori cerca di vendere il vendibile: per Sasa e Liguria chiede, come già detto, 300 milioni, è una mission impossibile. Non gli resta che cercare di vendere una quota di minoranza del gruppo FonSai, ma anche questa è impresa impossibile. Nessuno sarebbe disposto a sganciare un mucchio di quattrini ed accettare che il controllo resti in mano alla famiglia Ligresti. Soprattutto perché nel corso degli anni hanno dimostrato di non saperci proprio fare nel mondo assicurativo. Le dismissioni minori abbiamo visto che non risolvono il problema.</p>
<p>Il gioco delle riserve<br />
Il 19 febbraio del 2004, il giornalista Riccardo Sabbatini chiese a Marchionne (a.d. di FonSai): “Anche quest’anno l’utile della società sarà influenzato dalla volatilità delle riserve tecniche la cui riduzione lo scorso esercizio rese possibile il raggiungimento di un utile netto?”. Una domanda insidiosa e micidiale che contiene il sospetto tremendo che gli utili della compagnia siano manovrati “ritoccando le riserve”. Un reato. Non starò a spiegare in questa sede la pericolosità di questo comportamento e come avviene tecnicamente il fenomeno, basti sapere che si tratta di una porcata. Anzi. Nel mondo assicurativo è la madre di tutte le porcate. Per la cronaca, il pupillo di Ligresti di fronte alla capziosa domanda, non si scompose e in modo altrettanto subdolo diede una risposta sibillina: “le riserve saranno stabili, adeguate alla posizione che la compagnia ha raggiunto nel mercato”.</p>
<p>Tuttavia la cosa non nasceva lì, già l’anno precedente nella prima semestrale post-fusione ci fu una diminuzione del saldo tecnico nel ramo danni che passò da 271 milioni del primo semestre 2002 a 166 milioni del primo semestre 2003, dovuto al prelievo una tantum di 160 milioni effettuato nel 2002 sulle riserve (operazione provvidenziale per consentire di chiudere l’esercizio in utile). In aprile del 2007 il titolo FonSai viene sospeso per eccesso di rialzo e dopo essere stato riammesso salta ai massimi assoluti, oltre 40 euro, sospinto da voci assolutamente infondate di un’Opa sulla compagnia da parte della famiglia Ligresti. Il titolo inoltre era balzato perché il management aveva dato indicazioni che il costo medio dei “sinistri riservati” era salito del 5,3% a fronte di un “costo medio del pagato” del 4,4%. Si trattava di una indicazione che significava che la compagnia avesse calcolato le riserve sinistri con una certa “larghezza” e cioè che ci fossero dei margini che eventualmente avrebbero potuto essere liberati negli esercizi successivi. Ancora una volta le riserve vengono usate come una fisarmonica per aggiustare i bilanci, in questo caso, futuri.</p>
<p>Insomma, il gruppo che fa capo a Ligresti attinge alle riserve per aggiustare i bilanci senza alcuna remora. E ciò è a dir poco scandaloso. Uno potrebbe dire, passi per la gente comune che magari ignora la delicatezza del tema, ma gli operatori economici? E soprattutto, l’Isvap? Come mai non c’è stato in questi anni nessuno dell’Istituto di vigilanza che abbia mai accennato alla benché minima ispezione per verificare qual è lo stato effettivo delle riserve? Perché si lascia impunemente che le riserve si muovano “a fisarmonica”?</p>
<p>Nel ramo vita le riserve si dicono “matematiche” perché seguono formule ben precise e consolidate nel tempo, di conseguenza non c’è il “gioco” delle riserve matematiche, perciò il più delle volte il ramo vita appare quanto meno più “serio”. Per questo motivo la Cofiri mi confidò che avrebbero alienato a Ligresti solo Sasa Danni, non Sasa Vita. Tuttavia così non accadde. Anzi. Evidentemente la SAI aveva montato la panna sulla base di chissà quale documentazione e così la Cofiri finì per “regalarci” come ciliegina sulla torta. Galeotto fu un presunto “gioco” di riserve sinistri di Sasa Danni che, a quanto mi fu dato sapere, furono soltanto calcolate con metodi differenti. All’epoca, la SAI di fronte alla dissimile metodologia utilizzata, fece finta di scandalizzarsi strappandosi i capelli e facendo terrorizzare i dirigenti di Cofiri, consiglieri di Sasa, che nulla capivano di assicurazioni. Lo sdegno di SAI era calcolato, tipica indignazione farlocca di consumati ipocriti che rinfacciano la pagliuzza nella riserva altrui e glissano sulle travi nelle proprie riserve.</p>
<p>Quel vizietto delle Opa<br />
A quanto pare l’acronimo OPA (Offerta Pubblica di Azioni) non appartiene al lessico di Ligresti. Nel 2002 la SAI riuscì a prendersi la Fondiaria Assicurazioni senza che fosse fatta l’opzione dell’Opa residuale che è obbligatoria per legge. Quella volta gli azionisti di Fondiaria fecero causa ed ebbero ragione. FonSai fu condannata a pagare il differenziale del valore delle azioni ed in più furono multati i vertici del gruppo.</p>
<p>Perché non fu fatta l’opzione dell’Opa residuale che era obbligatoria per legge? Evidentemente Ligresti deve avere più di un santo in paradiso. E tra questi, qualche santo votato al principio del liberalismo economico basato sul “laissez faire”. Ora la storia sembra ripetersi. E’ singolare il ruolo di minoranza di Groupama in Premafin. La compagnia francese sarebbe disposta ad acquistare i titoli pagando in sostanza un premio per il controllo senza ottenere il controllo (!). Sarebbe sciocco pensare che un investimento di centinaia di milioni sia solo finanziario. Dato che in Premafin c’è solo FonSai, l’accordo riguarda la futura gestione assicurativa. L’ingresso dei francesi è condizionato a che tale obbligo non emerga, perciò subito dopo l’immediata euforia il mercato ha capito l’aria che tira e sono avvenute vendite in massa dei titoli FonSai facendo crollare la quotazione. Tra poco si risolverà il quesito che i francesi hanno posto al momento dell&#8217;annuncio dell&#8217;operazione, il condizionamento dell’entrata di Groupama all’esenzione dall&#8217;obbligo di Opa su Premafin e, a cascata, su Fondiaria Sai e su Milano Assicurazioni. Perciò c’è una richiesta di parere alla Commissione di vigilanza riguardo l’esenzione dall’Opa dopo il riassetto di Primafin che vedrà i francesi di Groupama con un aumento di capitale di 225 milioni. Il peso dei Ligresti sul capitale votante scenderà dal 55 per cento al 34 per cento perdendo la maggioranza assoluta in assemblea, e ciò farà cambiare l’assetto di controllo in Premafin e a cascata in FonSai e nella Milano.</p>
<p>Questo cambiamento sarà un bene, solo che gli azionisti non possono essere beffati ancora una volta dagli accordi sottobanco del cementificatore indomito, l’uomo che passava le mazzette direttamente a Craxi propria manu. Se si lascia ancora una volta che avvenga questa esenzione dall’obbligo di Opa vorrà dire che non si riesce a distinguere tra atti liberi e imposizioni violente. Dopo tutte le porcate fatte, dopo tutte le inchieste aperte, dopo le multe, le sanzioni, forse è arrivato il momento di chiudere il sipario, di passare il comando ad altre persone. L’intero corpo di tirapiedi chiamati manager di cui Ligresti si è attorniato in questi anni, se ne dovrà andare, perché si è dimostrato per quello che in realtà era: gente che non ha ideali ma solo fini; quasi sempre inconfessabili.</p>
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		<title>Nessuno tocchi lo zio orco (pubblicato su Notizie Radicali il 26/10/2010)</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 22:03:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ davvero disarmante l’ipocrisia nei mezzi di comunicazione del nostro Paese: la patologica e morbosa curiosità &#8220;di massa&#8221; che ha scatenato il caso Sarah Scazzi ci sta dando la cifra. E sono proprio i media giacché si occupano e si preoccupano di criticare il &#8220;turismo dell&#8217;orrore&#8221; riferito alle centinaia di persone che si recano ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E’ davvero disarmante l’ipocrisia nei mezzi di comunicazione del nostro Paese: la patologica e morbosa curiosità &#8220;di massa&#8221; che ha scatenato il caso Sarah Scazzi ci sta dando la cifra. E sono proprio i media giacché si occupano e si preoccupano di criticare il &#8220;turismo dell&#8217;orrore&#8221; riferito alle centinaia di persone che si recano ad Avetrana come a una scampagnata. Ma da che pulpito viene la predica? Non sono proprio i mezzi di comunicazione di massa in primis a dedicare decine di ore e fiumi di inchiostro a questo caso? Disapprovano il turismo di massa e poi si piantano lì con telecamere e giornalisti ad interrogare parenti e amici di famiglia. Non è la stessa cosa? Anzi, non è peggio? Peggio perché accadono migliaia di cose losche attorno a noi che ci riguardano direttamente, dalle firme false raccolte da Formigoni, alle carceri che scoppiano, dall’allarme corruzione della Corte dei Conti al rapporto debito/Pil, ai cantieri fermi, alla ricerca bloccata, alla bassa produttività, all’evasione fiscale, ecc. Ma di tutto questo, i nostri media sono colpevolmente silenti.</p>
<p>Certo, il caso Sarah sembra la trama di un thriller per come è stato montato: zeppo di suspense e colpi di scena, con indizi disseminati tra un TG e l’altro e narrazioni mozzafiato. Il racconto dei fatti centra in pieno tutti gli aspetti tipici del thriller, un plot collaudato fatto di assassini senza scrupoli, descrizioni crude e scene truculente, in cui la morte e la violenza, sono gli ingredienti principali. Tuttavia tutto questo è abbastanza ricorrente nei media, che ciclicamente ripropongono il mostro in prima pagina, ma si tratta di un dispositivo freddamente pensato a tavolino, come accade con le minuziose descrizioni delle mamme assassine: vi ricordate di Maria Patrizio? Il racconto di come stava nel carcere di San Vittore, in piena estate con oltre 30 gradi in cella e lei intabarrata sotto una sfilza di coperte e la filastrocca a mo’ di ninna nanna, tra lacrime e singulti: “ho freddo, voglio morire; è tutto inutile se Mirko non c’è più”… E mamma Monica Cabrele? Quella che questa estate ha ucciso il figlio Alessandro di due anni con centoquaranta coltellate. E Vanessa Lo Porto, 31 anni, la casalinga di Gela? Quella che in aprile uccise i suoi due bambini, annegandoli. Questi casi fanno sempre scalpore e non c’è pietà che tenga, nessun sentimento di compassione, the show must go on, lo spettacolo deve continuare, è la legge del business, bellezza. Le descrizioni morbose aumentano sia la tiratura dei giornali sia i telespettatori in tv: il caso di Sarah con la drammatica comunicazione alla madre in diretta che la figlia era morta, è stato l’apoteosi dell’oscenità.</p>
<p>Ma la celebrazione maggiore dello sconcio, l’esaltazione più grande dell’indecenza, il trionfo più raccapricciante della volgarità televisiva avviene dopo, nei giorni successivi, quando i conduttori sfruttano la tragedia per aumentare l’indice di gradimento della propria trasmissione. Se la drammatica comunicazione alla madre in diretta poteva al limite anche starci giacché la notizia stava venendo fuori ed i giornalisti cominciavano a telefonare alla povera mamma ignara, il “day after” invece no. I giorni seguenti avrebbero dovuto risparmiarci quei dibattiti televisivi con tutta quella gente, quei personaggi, sempre gli stessi, che dicono sempre le stesse cose. Psicologi e psichiatri che pontificano senza conoscere i protagonisti della vicenda. C’è qualcuno che può azzardare una spiegazione sul perché una mamma può diventare un’assassina o uno zio può diventare un orco?</p>
<p>La “depressione post partum” per le mamme o la pura follia per lo zio di Sarah o la psicosi bipolare per la casalinga di Gela, sono solo nomi che apponiamo alla nebbia del gesto inspiegabile. Cosa sono queste malattie? Come le si misurano? Quante mamme ancora e soprattutto quanti bambini ancora dovranno morire prima di capirci qualcosa? Quanti ragazze ancora dovranno essere strangolate per mani di famigliari assassini? Quanti bambini appena partoriti dovranno essere buttati nei cassonetti? Intendiamoci, non è un problema solo italiano. Esiste dappertutto. In altre parti del mondo si scoprono scene ancora più raccapriccianti: bambini torturati, o seviziati o abbandonati e con le braccia o le gambe mangiati dai topi. Bambini dalla pelle piena di vesciche dovute al fatto che vengono utilizzati come posacenere su cui si spengono le sigarette… quella pelle che dovrebbe essere amata, coccolata e curata con cremine, profumi e talco, una pelle color rosa che invece è, purtroppo, rosa dalle piaghe.</p>
<p>Noi di Trieste, purtroppo, qualcosa la sappiamo e ce la ricordiamo. La domanda che fece Moncini “cosa succede se il giocattolo si rompe?” rimarrà per sempre impressa dentro la nostra anima. Una stigmate, un marchio a fuoco. E non sono, purtroppo, casi isolati. Anzi, in verità i casi sono tanti, solo che quelli che emergono sono la punta dell’iceberg, selezionati a tavolino per evitare l’assuefazione. Gli esperti dichiarano che ogni anno si possono mettere in conto nel nostro Paese circa una dozzina di casi di infanticidio. Un’agghiacciante statistica alla quale, purtroppo, non ci si sottrae per la legge dei grandi numeri. Una statistica che ci dice quanti ma non quali e tanto meno perché.</p>
<p>Delle decine e decine di mamme assassine e di famigliari orchi, in realtà non veniamo informati; ogni tanto i media selezionano una notizia e su questa si accaniscono e ci dicono tutto, come con la super televisiva Annamaria Franzoni di Cogne. Adesso è il momento della famiglia di Sarah. Domani sarà il momento di qualcun altro. Ma dietro tutti questi casi, televisivi e no, c’è sempre una mamma, uno zio, una cugina. Un famigliare insomma, uno di quei famigliari di cui i giornali e le televisioni ci parlano come malati ma che fino al giorno prima poteva benissimo essere il nostro vicino di casa e noi potevamo benissimo essere a cena da lui. Il giorno dopo, invece, l’opinione pubblica diventa opinione pubblicata: quello che sembrava un tranquillo vicino è invece un orco, un diavolo senz’anima, e quella che appariva come una pacifica cuginetta, una strega maligna. Così ci vogliono far cadere in quel imperscrutabile abisso in cui si mescolano il niente e l’assoluto. E con giri di parole e filosofia da bignami ci danno a bere una violenza agghiacciante ricoperta di ipocrisia e ignoranza; ci menano per il naso e ci fanno scattare un sentimento di repulsione. Da lì a chiedere la “pena di morte per lo zio animale”, il passo è breve. Cosa centrano poi i poveri animali in queste vicende unicamente umane, non è dato sapere. Quello che è noto è che le piazze non sono interessate ai distinguo.</p>
<p>In questo bignami di ipocrisia da parte dei mezzi di informazione, magari un giorno verremo a sapere che lo zio non era tanto un orco ma solo un po’ orco o piuttosto un (p)orco. Anzi, magari verremo a sapere che non era nemmeno un porco, ma solo una nullità, un personaggio senza spina dorsale, un pusillanime comandato a bacchetta che viveva dentro un gineceo all’incontrario, dove la condizione subalterna non è delle donne ma del marito. Magari verremo a sapere che quel giorno lui non c’era e se c’era, dormiva. Chissà. Chi può dirlo. Ma intanto la piazza l’ha subito condannato. Gli striscioni richiedenti la pena di morte sono là a testimoniarlo. Semmai ce ne fosse bisogno, questo è già un motivo più sufficiente per dare tutto il nostro appoggio incondizionato a Nessuno Tocchi Caino. Marco Pannella vorrebbe aggiungerci al nome dell’associazione radicale, anche quello di Saddam ed io proporrei di aggiungere anche quello di Misseri. Nessuno Tocchi lo Zio Orco… Sarebbe un modo per fare avere agli italiani uno spasmo di coscienza, un conato di consapevolezza che, purtroppo, si manifesta appena e poi subito se ne va. Ogni volta, condanniamo in fretta il mostro del momento, che sia la malvagia mamma o la spietata cugina o lo zio “animale” non importa. Subito lo condanniamo e poi lo dimentichiamo. Fino alla prossima volta, al prossimo orco. Ci dimentichiamo che le atrocità e le miserie cominciano da essi stessi.</p>
<p>Non stiamo qui a giustificare le loro azioni, vogliamo solo comprendere quanto accade, vogliamo un maggior protagonismo di Nessuno Tocchi Caino e non da improvvisati psicologi della domenica, non il giorno dopo, non quando si vogliono innalzare gli indici d’ascolto, non quando c’è il fattaccio di cronaca. Vorremmo capire quale profonda radice marcia proveniente da noi stessi alimenta questa frenesia omicida. Qual è il mondo sessista e impietoso che fa di uno zio qualunque un crudele e spietato aguzzino o di una mamma qualunque una mostruosa vergogna o di una cugina qualunque un feroce obbrobrio. Qual è la violenta e disumana turpitudine nella quale anneghiamo i bambini e strangoliamo le fanciulle. Nel mentre, teniamo alta la bandiera radicale e che nessuno osi toccare lo zio orco.</p>
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		<title>NON SPRECHIAMO LA CRISI</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 21:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[non bisogna lavorare di più]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tempo fa, il brillante economista americano Paul Romer disse che è un vero peccato sprecare una crisi. Una frase straordinaria, di una semplicità e di una portata eccezionale. Una frase che dà la cifra di una nuova consapevolezza economica in quanto le crisi sono un’occasione di saggezza per ripensare vecchi modelli di sviluppo e rivedere come investire nel futuro, come si prepara il terreno per la creazione di nuove attività imprenditoriali, per nuovi settori, per nuove tecnologie.</p>
<p>E’ fin troppo ovvio che non si tratta di avere “màs de lo mismo” (come si dice in spagnolo) cioè avere di più ma sempre delle stesse cose. Né è possibile pensare che la produttività aumenti semplicemente lavorando di più sempre sulle stesse cose, cioè facendo sforzi crescenti che danno rendimenti marginali decrescenti. Somiglieremo al cavallo Gondrando della “Fattoria degli Animali” di George Orwell che ogni qualvolta si presentava qualsiasi problema lo risolveva lavorando di più, L’economia ci insegna che le curve di produttività sono crescenti a tassi decrescenti, e aumentare la produzione di beni in un mondo pieno zeppo di beni di consumo non è razionale. Anzi, peggiora le cose. Nei momenti di crisi, poi, immettere miliardi per salvare grandi gruppi o per stimolare la costruzione di opere pubbliche oppure semplicemente di nuove case perché quando “tira” l’edilizia si porta a traino anche gli altri settori, è semplicemente un non senso: stiamo vivendo una crisi di sovrapproduzione. Eventuali nuove case andranno ad aumentare la massa di appartamenti vuoti che già invadono città e periferie. I mercati sono ormai maturi e saturi per quasi tutti i prodotti che ci circondano, automobili, elettrodomestici, indumenti, ecc.</p>
<p>Non sprechiamo la crisi: ci sono un’infinità di impieghi che richiedono inutili trasferimenti fisici dalla propria casa al posto di lavoro. Che senso ha per una impiegata nelle assicurazioni spostarsi in macchina facendo salti mortali per accompagnare i bambini a scuola e timbrare il cartellino entro una certa ora cercando un parcheggio impossibile in centro, per poi stare in ufficio ad immettere riscatti in un calcolatore? Non può farlo da casa? E non lo farebbe molto meglio, in minor tempo e soprattutto quando più le conviene farlo? Riuscite ad immaginare quanto si risparmierebbe? Abitazioni, riscaldamento, viaggi in auto, in bus, carburante, parcheggi, mobili e arredamento, buoni mensa, asili nido, ecc. Ci sarebbe minor traffico e meno smog, diminuirebbero gli incidenti stradali si ripopolerebbero i centri storici e magari anche la campagna dato che ognuno può lavorare da dove gli pare. Non abbiamo inventato niente, questo esiste già e si chiama telelavoro. Solo che non è applicato. Il telelavoro libererebbe un’infinità di risorse. Oggigiorno, almeno la metà degli impiegati sarebbe più efficace ed efficiente se lavorasse da casa. E’ incredibile come siamo talmente radicati nelle convenzioni e nelle convinzioni da non renderci conto del nostro assurdo modo di vivere. E l’altra metà, quella che per diversi motivi deve muoversi, ha il problema opposto: cioè non è abbastanza mobile. Considerato quanto è stato investito, a livello internazionale, in infrastrutture, autostrade, aeroporti e in armonizzazione dei sistemi per far circolare le merci e le persone, è impressionante quanto poco facilitiamo la mobilità dei lavoratori da un Paese all’altro dove meglio può crescere e contribuire allo sviluppo senza essere sprecato.</p>
<p>Non sprechiamo la crisi. Immettere miliardi nel sistema produttivo, così come lo conosciamo, non crea le basi per qualcosa di nuovo. Il futuro non lo costruiremo mai pensando a ciò che c’è già, ma a ciò che non c’è. Il nuovo lo costruiranno le nuove generazioni, ciò che possiamo e dobbiamo fare per esse è batterci per avere politiche rivolte a loro: nuovi modelli educativi che si concentrino non nella memorizzazione di informazioni, ma nella capacità di analizzarle e ricombinarle in maniera critica. Nuovi modelli di formazione professionale che non inchiodino i ragazzi ad un “mestiere” che dopo pochi anni è già superato poiché è noto che i mestieri non durano più. Bisogna educare nel senso che i ragazzi sappiano tirar fuori le proprie capacità (questo è il significato di e-ducere) e poi che siano in grado di gestirle in modo intelligente e flessibile.</p>
<p>Non sprechiamo la crisi. Riflettiamo che senso ha la scuola oggi giorno così com’è fatta. E’ solo un luogo di reclusione per docenti e discenti, una sorta di carcere a libertà vigilata. I ragazzi non ascoltano più, molti vanno in classe con gli auricolari attaccati alle orecchie e i telefonini nascosti sotto banco per mandarsi sms in continuazione. Gli insegnanti applicano un appiattimento educativo e cerebrale che sclerotizza la personalità dei ragazzi, rendendoli incapaci di associare le idee. E poi si sono arresi: l’alleanza tra insegnanti e genitori si è rotta da tempo. Ormai se un professore tratta male un ragazzo rischia di trovarsi un’orda di famigliari inferociti che minacciano querele per proteggere il loro pargolo e in più anche il preside non è dalla sua parte giacché lo redarguisce, lo riprende, lo rimbrotta, lo richiama al ripristino dell’ordine: meglio abbondare nell’ignoranza piatta che nell’illuminazione incasinata. Così, a poco a poco, la scuola è diventata un luogo che non interessa più a nessuno: non agli insegnanti che sono diventati nel migliore dei casi, percettori di quattro soldi per fare i vigilantes e men che meno ai ragazzi che si intruppano nel proprio gruppo normalizzandosi nei scimmieschi vasi comunicanti fatti di monosillabi e parolacce a doppia zeta. Quindi non resta che abolire la scuola, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Lasciare solo la scuola elementare e poi più nulla, solo esami. Le medie, le superiori e l’università diventano soltanto luoghi di esami.</p>
<p>Con tutte le informazioni che ci sono in giro, con tutte le notizie, le indicazioni, le lezioni che si possono acquisire da mezzi audiovisivi, da internet, ecc. ciascuno può diventare autodidatta come meglio gli pare e con i mezzi che vuole e chi non riesce da solo si può prendere un insegnante privato. Forse in questo modo emergerebbero anche i migliori insegnanti, quelli veri, quelli che sentono la vocazione, quelli in grado di attrarre chi cerca di andare incontro ai segreti della vita, agli arcani della scienza, ai misteri della poesia. Ci sono anche docenti bravi che non sanno insegnare ma sanno fare i ricercatori, gli scienziati. Questi possono diventare gli esaminatori dei ragazzi autosufficienti che studiano come vogliono, nel tempo che vogliono, anche con l’i-pod se lo desiderano. L’unica cosa che sono obbligati a fare è presentarsi per superare gli esami. Magari tanti, tantissimi esami ogni mese e a livelli elevati. Questo sì sarebbe una rivoluzione sociale e culturale. Non più ragazzi che fanno resistenza passiva, che vivono in una ragnatela di ignavia, di pigrizia mentale e di indifferenza qualunquista.</p>
<p>Non sprechiamo la crisi: già oggi i nostri ragazzi hanno sulla loro testa un debito di 20 o 30 mila euro, e non avranno chi pagherà loro le pensioni. Che si vuole di più per incominciare ad affrontare il cambiamento? Si impone una riflessione non facile ma ormai necessaria ed urgente. Le città sono invase di cartelloni che promettono recuperi scolastici prodigiosi ed esami indolori, messaggi diseducativi poiché chiunque potrà autocondonarsi “comprandosi” un diploma, di certo non si risolve alcunché in questo modo. I problemi sono ancora tutti lì, nell’Italietta da sei meno, l’Italietta di quel voto scandaloso che è l’inno più dannoso, nocivo e malefico alla mediocrità. La scuola non è cambiata, forse perché non è possibile cambiarla, forse perché la si vuole proprio così com’è. Non ci investiamo risorse e non pretendiamo risultati. Continuiamo a guardare i cartelloni che promettono recuperi scolastici, con testimonial di calciatori famosi che hanno fatto miliardi con la terza media in tasca, prova provata, test vivente di come si possa diventare ricchi e famosi rimanendo ignoranti. Cultura speciosa e conoscenza degradata ad inutile orpello.</p>
<p>Non sprechiamo la crisi che può essere un’opportunità per rivedere i nostri vecchi modelli e tararli sul futuro invece che utilizzarla per giustificare tagli e per fermare alcuni processi di riforma. Basta pensare al blocco della riforma dell&#8217;università. E anziché mettere mano a una vera e importante riforma della formazione professionale che andasse nella direzione degli altri Paesi europei, dove si cerca di rafforzare il legame tra scuola e impresa, è stato abbassato l&#8217;obbligo scolastico e demandata ogni formazione alle imprese che peraltro non fanno alcuna formazione.</p>
<p>No, non sprechiamo la crisi. Prima che sia troppo tardi. Perché temo questa Italietta dove qualsiasi ragazzo o ragazza può conquistare la ribalta televisiva solo perché fisicamente bello e socialmente disponibile. Temo questa Italietta che prepara nella sua ignavia, un condono educativo per i nullafacenti.</p>
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		<title>La solitudine dei numeri due</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Sep 2010 19:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[solitudine dei numeri due]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine dei numeri primi]]></category>

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		<description><![CDATA[In un editoriale di Ernesto Galli della Loggia del 20 settembre, dal titolo “La solitudine dei numeri due” sul Corriere della Sera, il nostro professore tirava in ballo il &#8220;vero vantaggio strategico della destra italiana sulla sinistra&#8221;: la destra ha un capo, la sinistra no. Chissà a cosa pensava quando ha dovuto stabilire il titolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un editoriale di Ernesto Galli della Loggia del 20 settembre, dal titolo “La solitudine dei numeri due” sul Corriere della Sera, il nostro professore tirava in ballo il &#8220;vero vantaggio strategico della destra italiana sulla sinistra&#8221;: la destra ha un capo, la sinistra no. Chissà a cosa pensava quando ha dovuto stabilire il titolo dell’editoriale, l’evidente assonanza con il primo romanzo di Paolo Giordano “La solitudine dei numeri primi” è palese, tuttavia non c’entra assolutamente nulla. Nel romanzo i numeri primi hanno proprio il significato matematico, cioè quei numeri un po’ solitari che sono divisibili solo per 1 e per sé stessi. Numeri “sospettosi e solitari” come afferma Giordano a riguardo di uno dei protagonisti del romanzo.<br />
Invece, Galli della Loggia interpreta evidentemente quel “primi” come se fosse un aggettivo, cioè quelli che in una serie occupano il posto numero uno, che precede tutti gli altri in ordine di tempo o di spazio. In sostanza si riferisce ai capi, a quelli che fanno la storia, mentre i numeri due (che dà il titolo al suo editoriale nonostante il numero due sia anch’esso numero primo ma evidentemente il prof. è poco ferrato in matematica) sarebbero quelli che non fanno la storia. Perciò passa subito a dimostrare la sua tesi: Berlusconi (numero primo in senso aggettivale di capo della destra) è il capo indiscutibile sia perché non è disposto a transigere, sia perché nessuno ha mai pensato di prenderne il posto. Lo dimostrerebbe il fatto che “non appena Fini ha esercitato una libertà di critica è stato cacciato dal Pdl su due piedi”. In verità questo non dimostra proprio un bel niente ma solo che l’anima del potente di turno, diventa prepotente e di conseguenza anche impotente come ben dice Pannella nella sua lucida analisi del potere di Silvio. Infatti, quello che vediamo è che la destra si sta disgregando sotto gli occhi di tutti, e non è affatto vero, come afferma Galli della Loggia, che “il candidato della destra è il suo capo effettivo conosciuto e riconosciuto come tale”.<br />
Quando poi il prof. passa a spiegare perché la sinistra non riesce ad avere un capo, ne enuncia tre motivi che appaiono anche molto deboli: il primo è perché dopo la fine dell’Unione Sovietica non ha scelto l’identità socialdemocratica preferendo quella furbastra e più ampia dei “democratici”. Anche questa tesi non appare condivisibile. E’ fin troppo evidente che il problema della sinistra non è la sua presunta identità democratica o socialdemocratica quanto piuttosto la mancanza di coraggio nelle proprie idee e quindi la mancanza di identità tout court. Gli unici con un po’ di sale in zucca che si battono mantenendo ferma la barra del timone sono i radicali. Bisognerebbe fare loro un monumento perché ogni volta tirano le castagne dal fuoco del PD, e perché si sono mostrati e dimostrati sempre leali fino in fondo; invece ancora adesso vengono inspiegabilmente visti con sospetto. Quousque tandem abuteris PD patientia nostra&#8230;<br />
L’altro motivo per il quale la sinistra non riesce ad avere un capo secondo il prof.  è la divisione ideologica della sinistra (Rifondazione, IdV, Grillini, Verdi, ecc.). Questa divisione farebbe che il principale interesse politico non sia la vittoria sulla destra ma il mantenimento in vita delle proprie sub identità. Anche qui, non si capisce perché le tante sub identità debbano essere qualcosa di negativo: non possono essere viste come correnti del partito? Il problema è piuttosto che fatta la conta, la corrente che vince non porta avanti il suo programma perché le primarie non sono mai state metabolizzate nel PD. Sono fatte sapendo già chi vincerà. Le primarie sono l’introduzione di un metodo democratico in un ingranaggio che non è preparato per riceverlo. Non sono le diverse anime della sinistra il problema ma la mancanza di democrazia e di confronto dentro il partito, come del resto hanno denunciato più volte i radicali.<br />
Infine, il terzo motivo sarebbe il forte elemento antigerarchico presente nella cultura della sinistra: l’ostilità che ci sia uno che comanda e gli altri che obbediscono. Ma anche questa è una conseguenza del problema precedente: l’incapacità di aprire un gioco al buio nel quale vince chi più convince. Chi se ne frega che possa essere Beppe Grillo, o Vendola. Se ha convinto, ha i numeri per fare il capo e soprattutto ne è legittimato. Punto e basta.  Sbaglia il professore quando pensa che ci sia un forte elemento antigerarchico nella sinistra, quello che c&#8217;è, invece, è un forte elemento antidemocratico. Non permettendo ai Radicali di partecipare alle primarie, come accadde a Pannella, non si risolve il problema del PD, piuttosto si acuisce la solitudine dei numeri primi. Intesi come aggettivo. </p>
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		<title>A favore del rigassificatore</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 10:50:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Lettera aperta alla testata giornalistica &#34;bora.la&#34; che ha messo sul sito http://bora.la il seguente annuncio: &#160; &#160; AAA Relatore pro rigassificatore cercasi &#160; Bora.la sta cercando di organizzare un dibattito pubblico sul rigassificatore insieme a Tetris. Ci piacerebbe riuscire a dar voce sia agli oppositori che ai sostenitori del progetto. La prima puntata del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-5"></span>
<p><strong><span style="font-size: small" class="Apple-style-span">Lettera aperta alla testata giornalistica &quot;bora.la&quot; che ha messo sul sito http://bora.la il seguente annuncio:</span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, Verdana, Tahoma;font-size: 12px;color: #58585a"><br />
<table border="0" cellspacing="0" style="padding-top: 0px;padding-right: 0px;padding-bottom: 0px;padding-left: 23px;border-style: initial;border-color: initial;background-color: white;width: 937px;height: 50px;border-width: 0px;margin: 0px">
<tbody>
<tr style="border-style: initial;border-color: initial;border-width: 0px;padding: 0px;margin: 0px">
<td style="padding-top: 0px;padding-right: 20px;padding-bottom: 0px;padding-left: 20px;border-style: initial;border-color: initial;color: #000000;font-size: 28px;font-weight: bold;text-align: left;border-width: 0px;margin: 0px">
<li><span style="font-size: medium" class="Apple-style-span">AAA Relatore pro rigassificatore cercasi</span></li>
<p style="text-align: justify"><font face="Verdana, sans-serif" size="3"><span style="font-size: 11px;line-height: 12px" class="Apple-style-span"><br /></span></font></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<table border="0" cellspacing="0" style="border-top-width: 0px;border-right-width: 0px;border-bottom-width: 1px;border-left-width: 0px;border-style: initial;border-color: initial;background-color: #f6f6f6;border-bottom-style: solid;border-bottom-color: #c0c0c0;width: 960px;padding: 0px;margin: 0px" id="post-81">
<tbody>
<tr style="border-style: initial;border-color: initial;border-width: 0px;padding: 0px;margin: 0px">
<td style="padding-top: 6px;padding-right: 0px;padding-bottom: 0px;padding-left: 0px;border-style: initial;border-color: initial;width: 20px;vertical-align: top;font-size: 1px;line-height: 1px;border-width: 0px;margin: 0px">&nbsp;</td>
<td style="padding-top: 9px;padding-right: 20px;padding-bottom: 5px;padding-left: 23px;border-style: initial;border-color: initial;font: normal normal normal 11px/14px 'Lucida Grande', Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;color: #252525;text-align: left;vertical-align: top;border-width: 0px;margin: 0px">
<p style="padding-top: 0px;padding-right: 0px;padding-bottom: 6px;padding-left: 0px;margin-top: 0px;margin-right: 0px;margin-bottom: 23px;margin-left: 0px;border-style: initial;border-color: initial;font: normal normal normal 11px/14px 'Lucida Grande', Verdana, Arial, Helvetica, sans-serif;color: #000000;text-align: left;vertical-align: top;background-color: initial;font-weight: normal;line-height: 24px;border-width: 0px"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;line-height: 12px" class="Apple-style-span">Bora.la sta cercando di organizzare un dibattito pubblico sul rigassificatore insieme a Tetris. Ci piacerebbe riuscire a dar voce sia agli oppositori che ai sostenitori del progetto. La prima puntata del dibattito, prevista per il 16 dicembre salvo modifiche, riguarder&agrave; l&#8217;impatto ambientale dell&#8217;impianto.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">Purtroppo, finora abbiamo avuto molte difficolt&agrave; a trovare una persona disposta a esporsi a favore del progetto.</span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">Se quindi una persona competente in materia fosse disponibile a partecipare, la preghiamo di contattarci all&#8217;indirizzo redazione.trieste@bora.la.</span></span></p>
<p><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">Grazie</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></span>
<p><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">Gentile Sig. Luchetta,</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>La Presidente della nostra Associazione</strong> mi ha informato del suo invito al quale noi abbiamo gentilmente declinato. La sua risposta tendeva a non comprendere in profondit&agrave; le nostre ragioni. Concorder&agrave; che non sta a noi convincere chicchessia sull&#8217;opportunit&agrave; di fare un rigassificatore a Trieste. Noi abbiamo preso posizione a favore del rigassificatore in tempi non sospetti, quando tutti proprio tutti erano contrari senza sapere neppure perch&eacute;. Abbiamo segnalato il pericolo di buttarsi tra le braccia di ambientalisti catastrofisti e ignoranti (nel senso etimologico, cio&egrave; che ignoravano) che dicevano &quot;No&quot;, inventandosi disastri del tutto campati in aria quali esplosioni nucleari, incidenti a catena, effetti &quot;domino&quot; e quant&#8217;altro. Abbiamo denunciato la sindrome del Nimby (Non In My Back Yard &#8211; non nel mio giardino) quando nessuno sapeva nemmanco cosa fosse &lsquo;sto Nimby. Come associazione, abbiamo fatto quello che ritenevamo fosse il nostro dovere: informare, informare e informare. Tutto &egrave; scritto e documentato nel nostro sito <a href="http://www.tecnosophia.org/">www.tecnosophia.org</a>.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;font-size: 11px;line-height: 12px" class="Apple-style-span"><strong>C&#8217;&egrave; una psicologia dura a morire che si basa sulla parola &quot;naturale&quot;</strong>. Qualunque cosa si voglia vendere &egrave; meglio che sia naturale. Forse l&#8217;errore pi&ugrave; grande che hanno fatto i fautori del progetto &egrave; stato non chiamarlo &quot;rigassificatore naturale&quot; nonostante il metano venga comunemente chiamato gas naturale ed il progetto sia stato eseguito dalla spagnola <em>Gas Natural</em>. I nostri ambientalisti della domenica amano la Natura e sognano con un mondo popolato da buoni selvaggi pacifici e dolci pecorelle brucanti, arcadici pastori in armonia con gli elementi di una natura immancabilmente materna e benigna. In un quadretto simile allo spot di Mulino Bianco, il rigassificatore rappresenta per loro l&#8217;archetipo di ci&ograve; che invece &egrave; innaturale. Dimenticano i nostri ambientalisti che la Natura pi&ugrave; che madre &egrave; matrigna per l&#8217;uomo, &egrave; un luogo carico di negativit&agrave; dove regna l&#8217;assoluta indifferenza alla sorte umana. Secondo &quot;natura&quot; ci sono le pestilenze, le malattie, i terremoti. Secondo natura ci sono le disuguaglianze sociali, i deformati, gli handicappati. Perci&ograve; gli uomini hanno inventato la cultura e la sua forma pi&ugrave; alta che si chiama Scienza la cui applicazione d&agrave; luogo alla Tecnica. La scienza e la tecnica correggono la natura nei suoi aspetti pi&ugrave; brutali, malefici e crudeli. Se chiedessimo ad un ambientalista di immaginare il &quot;paradiso&quot;, ne verrebbe fuori immagini di campi verdi, piccoli boschetti di alberi di castagno, fiori, ruscelli di acqua limpida, farfalle, ecc. Ma quello di cui non si rendono conto &egrave; che questo idilliaco quadretto cos&igrave; bucolico e pastorale pu&ograve; solo essere il frutto del lavoro dell&#8217;uomo. L&#8217;erbetta verde &egrave; solo il risultato di disboscamenti e successive vegetazioni antropiche, sarebbero artificiali con ogni probabilit&agrave; anche la collina ed il ruscello, ch&eacute;, fossero naturali ci sarebbero invece rovi ed insetti insidiosi, e il rigagnolo si manifesterebbe in paludi con animali predatori e topi giganti. La gente comune si lascia ingannare perch&eacute; il desiderio del &quot;naturale&quot; &egrave; istintuale, sicuramente ampliato dall&#8217;industrializzazione su larga scala.</span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-family: Verdana, sans-serif;font-size: 11px;line-height: 12px" class="Apple-style-span">S<strong>e chiedessimo cos&#8217;&egrave; naturale tra un&#8217;aspirina e un pomodoro</strong> o una zucchina, molti ci direbbero che l&#8217;aspirina &egrave; artificiale mentre naturali sono il pomodoro e la zucchina. Invece le cose stanno proprio al rovescio! La natura non ci ha regalato n&eacute; i pomodori n&eacute; le zucchine, &egrave; stato l&#8217;intelletto umano che &egrave; intervenuto con la ricerca, e l&#8217;azione. Quasi tutti i frutti e gli ortaggi sono prodotto dell&#8217;uomo attraverso passaggi di selezioni ed inseminazioni nell&#8217;arco dei secoli partendo da ortaggi simili ma &quot;naturalmente&quot; non commestibili. Le stesse banane che noi mangiamo sono OGM da 40 anni essendo una specie selezionata dall&#8217;uomo per via di incrocio e viene riprodotta esclusivamente per clonazione in quanto i banani producono oggi frutti senza semi. L&#8217;aspirina invece &egrave; naturale, conosciuta gi&agrave; dagli egizi e dal medico greco Ippocrate, quale polvere che si ricavava dalla corteccia dell&#8217;albero salice, era benefica per febbri e dolori ed anche i romani ne conoscevano i vantaggi poich&eacute; masticavano le foglie del salice. Tutto questo per dire che la differenza tra naturale e artificiale, cos&igrave; come tra prudente e rischioso, &egrave; nella nostra testa prima ancora che nella realt&agrave;. Lo stesso vale per il rigassificatore.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><br /><strong> Non ho molto altro da aggiungere. La nostra associazione non ci guadagna nulla</strong> che si faccia o no il rigassificatore, perci&ograve; siamo con la coscienza a posto. Convengo che dovrebbe essere nell&#8217;interesse dei fautori del progetto tentare di dissipare i dubbi. Perch&eacute; non lo fanno? Non saprei, posso solo azzardare perch&eacute; i contrari sono cos&igrave; numerosi: se qualcuno propone </span></span><span><span style="font-size: 9pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">A</span></span><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">, &egrave; molto pi&ugrave; facile lavorare sull&#8217;insieme NON </span></span><span><span style="font-size: 9pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">A</span></span><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">, che &egrave; infinitamente pi&ugrave; grande. Come dire, in un caso bisogna buttare la palla in canestro e nell&#8217;altro, basta farlo in qualsiasi direzione che va bene lo stesso. Faccio un esempio, all&#8217;inizio si diceva che la nave gasiera poteva esplodere come una bomba atomica. Era facile dimostrare che di &quot;atomico&quot; non c&#8217;era nulla. Quindi niente atomica. Dunque si disse che poteva solo &quot;esplodere&quot;. Invece era sbagliato anche questo: non poteva esplodere. Allora ecco l&#8217;idea geniale: non esplode per ignizione ma esplode per la pressione che c&#8217;&egrave; nei contenitori. No, neppure questo &egrave; vero, non c&#8217;&egrave; pressione nei contenitori. A questo punto, i nostri ambientalisti decisero di rivolgere la paura verso altri scenari: se una nave gasiera non poteva esplodere almeno ci sarebbe potuto essere un grande incendio. No, neppure l&#8217;incendio ci stava perch&eacute; il gas liquefatto non &egrave; infiammabile. Esplorati tutti gli scenari con le esplosioni e incendi si pass&ograve; ad un&#8217;altra cosa, e poi ad un&#8217;altra cosa ancora e cos&igrave; via. E&#8217; facile intuire che cercare di ragionare con questa gente &egrave; impossibile: quando l&#8217;insieme delle possibilit&agrave; catastrofiste finiscono si ricomincia con un&#8217;altra cosa.</span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Come si fa ad escludere che non ci potr&agrave; mai essere un attentato?</strong> No, non si pu&ograve; escludere, ed ecco la chiave: l&#8217;attentato! Gi&ugrave; fiumi d&#8217;inchiostro su un possibile attentato alimentato dal famoso settembre nero di 35 anni fa. E cos&igrave; via. Ecco perch&eacute; i fautori del progetto hanno fatto poche conferenze e non vanno in giro a dissipare i dubbi pubblicamente. Probabilmente per Gas Natural &egrave; inutile parlare con gente profana oltrech&eacute; faziosa. A che serve? Del resto, spetta in ultima istanza a chi deve governare, a chi &egrave; preposto a prendere decisioni, assumersi la responsabilit&agrave; di &quot;difendere&quot; il rigassificatore, sia dal punto di vista tecnico, sia ambientale e convincere la popolazione dei benefici anche economici come quelli<span> di ottenere un abbassamento dei costi dell&#8217;energia alle imprese o di un maggior gettito di entrate: benefici che potrebbero essere trasferiti ai cittadini con l&#8217;abbassamento di tasse o delle stesse bollette del gas. </span></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black">&nbsp;</span></span></p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>D</strong><strong>a parte nostra abbiamo voluto, disinteressatamente</strong>, che la citt&agrave; potesse avere l&#8217;opportunit&agrave; che certamente merita. Sappiamo tutti che Trieste &egrave; avviata verso la decadenza: &egrave; la citt&agrave; pi&ugrave; vecchia d&#8217;Italia (quella con l&#8217;et&agrave; media pi&ugrave; elevata) e tra le pi&ugrave; vecchie al mondo e da tanto tempo non &egrave; pi&ugrave; polo di attrazione industriale. Qui &egrave; sempre &quot;non se pol&quot; non si pu&ograve;. E sulla scia del &quot;nonsepolismo&quot; triestino non ci sorprende affatto che si voglia cestinare questa importante opportunit&agrave; non solo per Trieste ma per tutta la nazione. Neppure ci sorprende che non si voglia cogliere l&#8217;importanza di aumentare la nostra sicurezza energetica e nemmeno che Trieste sia una <em>location</em> strategica molto interessante poich&eacute; &egrave; a Nord Europa dove si consuma pi&ugrave; gas. E&#8217; davvero sconsolante notare che la posizione geopolitica di Trieste, l&#8217;unica cosa fondamentale che abbiamo, non interessa ai triestini.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Affermare poi che a noi italiani l&#8217;energia serve</strong> &egrave; talmente banale che non ci fa caso nessuno. In effetti tutti sappiamo che il nostro Paese non ha fonti energetiche e dire che gli impianti di rigassificazione sono ineluttabili perch&eacute; dipendiamo da paesi volubili come la Russia &egrave; raccontare una verit&agrave; che non si vuole vedere. Grazie ai rigassificatori non corriamo il rischio di restare senza gas e il fatto di poterci approvvigionare dove costa meno ci d&agrave; maggiore libert&agrave; e potere contrattuale. Anche questo &egrave; banale, ma anche questo risulta &quot;invisibile&quot; perch&eacute; si tratta di una verit&agrave; grande come un rigassificatore, ma non la si vuol vedere. E paradossalmente non la vogliono vedere proprio gli ambientalisti &quot;cocomeri&quot; quelli verdi fuori ma rossi dentro che sono stati resi orfani dall&#8217;ideologia comunista e si sono buttati corpo e anima su un&#8217;altra concezione del mondo, che fa sembrare pi&ugrave; buoni perch&eacute; ci si interessa dell&#8217;ambiente ma in realt&agrave; &egrave; una dottrina nefasta perch&eacute; si fanno gli interessi di grandi burattinai senza averne consapevolezza. I rigassificatori cos&igrave; come le centrali nucleari sono un&#8217;assicurazione sulla vita. Se non ci fossero queste tecnologie, e finisse domani il petrolio, moriremmo tutti di fame e di freddo, perch&eacute; abbiamo costruito un sistema produttivo che abbisogna di una quantit&agrave; incredibile di energia. Immaginatevi sette miliardi di persone che vanno a fare legna per riscaldare le abitazioni e fare funzionare le macchine. Nel giro di poche settimane non ci sarebbero pi&ugrave; alberi e l&#8217;ossigeno inizierebbe a scarseggiare.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Sono gli stessi ambientalisti catastrofisti</strong> che a Trieste si erano opposti con tutte le loro forze al sincrotrone di Padriciano, e avevano teorizzato che la gente sarebbe diventata verde fluorescente dalle radiazioni che sarebbero fuoriuscite. Ve lo ricordate? Ma poi, ad opera ultimata, gli stessi vanno con le loro famiglie a passeggiare l&agrave;, perch&eacute; &egrave; diventato un posto bellissimo. S&igrave;, proprio l&agrave; a Padriciano dove teorizzavano che si diventava verdi! Sono gli stessi catastrofisti che hanno voluto fermare il pi&ugrave; grande e costoso acceleratore del mondo costruito al Cern di Ginevra presentando un ricorso contro la supermacchina europea sostenendo che gli esperimenti avrebbero potuto &quot;creare un buco nero capace di mangiarsi la Terra e forse l&#8217;intero Universo&quot;.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Sono sempre loro. Ambientalisti, neoluddisti, catastrofisti</strong>, a cui nessuno chiede conto per&ograve; dei loro terribili inganni che dietro la parvenza buonista di occuparsi dell&#8217;aria pulita o del fringuello delle nevi, in realt&agrave; portano distruzione e morte. Chi non ricorda quella inutile e pervicace battaglia contro il DDT? Un mio amico che vive e lavora in Mozambico mi disse una volta: &quot;siano maledetti tutti quelli che cavalcarono senza cervello quell&#8217;infame campagna&quot;. Un movimento ambientalista si invent&ograve; senza prove una pericolosit&agrave; che non era poi cos&igrave; dannosa e nociva come si cercava di far apparire. Morale: per colpa dell&#8217;eliminazione del DDT, le zanzare hanno cominciato a portare la malaria in Africa e per colpa del loro zelo da deficienti si sono resi complici del contagio di centinaia di milioni di persone e, nel solo Uganda, della morte di oltre 20 milioni di bambini. Oggigiorno pi&ugrave; di 100.000 bambini muoiono all&#8217;anno in Uganda per colpa di questi ambientalisti della domenica che hanno voluto eliminare il DDT senza la bench&eacute; minima analisi costi/benefici. Come dice il prof. Don Roberts, esperto di salute pubblica e di zoologia medica nonch&eacute; ricercatore sui vettori della malaria: &quot;il rischio che ne verrebbe dall&#8217;utilizzo del DDT per il controllo della malaria, &egrave; nullo&quot;.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Qualcuno tent&ograve; invano di portare prove concrete</strong> e numeri per mostrare e dimostrare che non c&#8217;era alcun pericolo, che i benefici dell&#8217;eliminazione della malattia parassitaria trasmessa dalle zanzare era di gran lunga superiore ai presunti danni procurati all&#8217;organismo dal DDT, danni che peraltro non furono mai dimostrati, ma era inutile, tutti si alzavano ad inveire contro gli oscuri interessi delle multinazionali del DDT senza guardare i parametri che venivano loro mostrati. Dove sono adesso quegli ambientalisti? Migliaia e migliaia di mamme africane (ma anche dell&#8217;India, Brasile, Afghanistan, Sri Lanka, Thailandia, Indonesia, Vietnam, Cambogia, Cina) assistono inermi tutti i giorni ad una scandalosa decimazione dei loro figli, e cosa fanno quegli scellerati ambientalisti della domenica? Dove stanno quelli che si sono battuti contro il DDT senza uno straccio di prova, ingoiando ogni panzana che veniva loro detta come verit&agrave; assoluta? Non ci sono pi&ugrave;, ma non perch&eacute; siano morti ma perch&eacute; vinta quella battaglia sono passati a cavalcare qualche altra corbelleria, nella speranza di fermare il progresso o di soffocare lo sviluppo da qualche altra parte, in nome di quella Natura matrigna che tanto venerano. Ce ne vollero milioni di morti perch&eacute; l&#8217;Organizzazione Mondiale della Sanit&agrave; tornasse indietro sulla messa al bando del DDT, sostenendo che l&#8217;opposizione al pesticida non aveva alcun fondamento scientifico.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span><span style="font-size: 8.5pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif;color: black"><strong>Quando qualcuno segnala agli ambientalisti dalla memoria corta</strong>, il danno che hanno fatto, semplicemente girano la testa dall&#8217;altra parte, nessuno si sente singolarmente responsabile. Sono protetti dal numero, dalla massa del pensiero unico fondamentalista: in fondo erano in tanti a pensarla cos&igrave; e questo annacqua le loro colpe. Allora, abbiate almeno il coraggio e l&#8217;onest&agrave; intellettuale di andare a dire ai milioni di mamme cui avete ucciso i loro figli che eravate in buona fede. Senza cervello, ma in buona fede. Come adesso per il rigassificatore.</span></span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
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		<title>Tremonti e l&#8217;elogio al posto fesso</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Oct 2009 14:14:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ammortizzatori]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160;E&#8217; noto che il governo &#232; imbrigliato in una ragnatela di contraddizioni che stanno sempre di pi&#249; ingigantendosi da quando dobbiamo pagare il prezzo delle scappatelle di Mr. B. Un prezzo che paghiamo sotto forma di minore libert&#224;. Gi&#224;, perch&#233; noi cittadini adesso non possiamo pi&#249; morire come vogliamo e neppure curarci come vogliamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-6"></span>
<p>&nbsp;<span style="font-family: Verdana, sans-serif;font-size: 13px" class="Apple-style-span"><strong>E&#8217; noto che il governo &egrave; imbrigliato</strong> in una ragnatela di contraddizioni che stanno sempre di pi&ugrave; ingigantendosi da quando dobbiamo pagare il prezzo delle scappatelle di Mr. B. Un prezzo che paghiamo sotto forma di minore libert&agrave;. Gi&agrave;, perch&eacute; noi cittadini adesso non possiamo pi&ugrave; morire come vogliamo e neppure curarci come vogliamo o farci fare l&#8217;inseminazione come vogliamo, ecc. Strano Paese davvero &egrave; il nostro. Da un lato si dice no alla tecnologia per aiutare le coppie sterili e dall&#8217;altro si promuove e si incoraggia la stessa tecnologia per farci vivere oltre la nostra volont&agrave;. Tutto questo mostra e dimostra come i cittadini italiani siano servi di un piccolo statarello bioluddista che &egrave; quello che in realt&agrave; detta le leggi.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal">&nbsp;<span style="font-family: Verdana, sans-serif;font-size: 13px" class="Apple-style-span">&nbsp;</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif"><strong>A</strong><strong>desso &egrave; arrivato il turno di Giulio Tremonti</strong> il quale proferische: &laquo;<em>Non credo che la mobilit&agrave; di per s&eacute; sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso &egrave; la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia</em>&raquo;. E poi ha aggiunto che l&#8217;incertezza del posto di lavoro non &egrave; un valore in s&eacute; perch&eacute; per lui l&#8217;obiettivo fondamentale &egrave; la stabilit&agrave; del lavoro, che &egrave; la base della stabilit&agrave; sociale.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif">&nbsp;</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif"><strong>Il messaggio di Tremonti &egrave; l&#8217;altra gamba</strong> su cui poggia la deriva clerico-reazionaria. Non poteva essere altrimenti. Per avere il popolino soggiogato, bisogna irrigidire bisogna togliere la scioltezza, la flessibilit&agrave;, bisogna rimuovere la spontaneit&agrave;. Non possiamo essere &quot;americani&quot; che diamine! Perci&ograve; &egrave; assolutamente necessario che sia garantito il posto fisso. Guai alla mobilit&agrave;. Significherebbe che la gente incomincia a rischiare, <span style="text-decoration: underline" class="Apple-style-span">ad essere padrona delle proprie azion</span>i, vorrebbe dire che la gente si muove, parla, discute, se ne va altrove a cercare lavoro &#8230; e questo non va bene perch&eacute; non si vuole che la gente si muova: il movimento &egrave; vita, l&#8217;irrigidimento &egrave; morte. Perci&ograve; dobbiamo denunciare con forza che il posto fisso &egrave; portatore di una cultura di morte, chi lo vuole &egrave; uno che ha bisogno di ingessare la nostra vita con le sue regole, la sua morale, la sua disciplina.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif">&nbsp;</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif"><strong>L&#8217;esternazione di Tremonti &egrave; retorica</strong> allo stato puro che mette in questione la stessa legge Biagi. La mobilit&agrave; &egrave; un valore, perch&eacute; migliora le prospettive di ciascuno, aumenta le competenze, costringe a specializzarsi. Dalla rivoluzione industriale ad oggi, la mobilit&agrave; &egrave; stata la cifra di un continuo affrancarsi dalle condizioni di nascita. Il governo dovrebbe remare in tutt&#8217;altra direzione: quella di aumentare l&#8217;et&agrave; pensionabile e rinvigorire gli ammortizzatori sociali.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0.0001pt;line-height: normal"><span style="font-size: 10pt;font-family: Verdana, sans-serif">&nbsp;</span></p>
<p>  <span style="font-size: 10pt;line-height: 115%;font-family: Verdana, sans-serif"><strong>La mobilit&agrave; che fino a ieri era un valore</strong>, oggi non lo &egrave; pi&ugrave;. O meglio, non &egrave; un valore laggi&ugrave; nell&#8217;Oltretevere e quindi non lo &egrave; neppure per Tremonti perch&eacute; la gente incomincerebbe a rischiare, ad essere padrona delle proprie azioni, a capire che la flessibilit&agrave; non &egrave; solo rischio ma anche opportunit&agrave;. No, Tremonti non ha riscoperto il valore del posto fisso. Ha solo scoperto il valore del posto fesso.</span>    </p>
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		<title>L&#8217;invisibile evidente</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 17:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Argomenti vari]]></category>
		<category><![CDATA[ceneri]]></category>
		<category><![CDATA[cremazione]]></category>
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		<description><![CDATA[&#34;No. Non &#232; la bora che spazza il cielo dalle nuvole&#34; disse Gabriele &#34;le nuvole sono a migliaia di metri d&#8217;altezza e la bora soffia s&#236; e no fino ai 400 metri. Il fenomeno del cielo pulito quando c&#8217;&#232; bora &#232; dovuto ad altre motivazioni&#34;. Gabriele era il pi&#249; alto in grado dell&#8217;ufficio, procuratore speciale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify">&quot;<span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">No. Non &egrave; la bora che spazza il cielo dalle nuvole</span>&quot; disse Gabriele &quot;le nuvole sono a migliaia di metri d&#8217;altezza e la bora soffia s&igrave; e no fino ai 400 metri. Il fenomeno del cielo pulito quando c&#8217;&egrave; bora &egrave; dovuto ad altre motivazioni&quot;. Gabriele era il pi&ugrave; alto in grado dell&#8217;ufficio, procuratore speciale, ma era anche un esperto in meteorologia. Mario invece era il funzionario. Entrambi romani, avevano lavorato alla RAS di Milano per poi trasferirsi a Trieste, sempre in RAS ma alla direzione per l&#8217;estero. L&#8217;ufficio si chiamava UAG, Ufficio Assicurazioni di Gruppo. Al terzo piano del bellissimo palazzo di Piazza della Repubblica a Trieste. Era marzo del 1980. Fuori c&#8217;era una bella giornata anche se soffiava la bora. Stavo guardando dalla finestra mentre aspettavo che il computer stampasse dei tassi di sopravvivenza. Dall&#8217;altra stanza, Vivien, la nostra segretaria, aveva fatto una battutaccia ad alta voce, dicendo qualcosa contro i romani che vengono ad insegnare ai triestini cos&#8217;&egrave; la bora. Sorrisi. Del resto la giornata non lasciava presagire alcuna sorte avversa. Invece, ignaro, lavoravo duramente: stavo preparando il mio prossimo errore. Intorno alle 11 ricevetti una telefonata di mia madre. Strano, non mi chiamava mai al lavoro. Singhiozzava. A mala pena riuscivo a capire cosa mi diceva. Le avevano trovato un tumore in testa.</p>
<p><span id="more-7"></span>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Non seppi dire niente</span>. Solo ottuse parole di consolazione passeggera: &quot;Vedrai che non &egrave; niente&#8230;&quot;. Lei continuava a singhiozzare. Ed io: &quot;non ti preoccupare&#8230; sicuramente non &egrave; come ti hanno detto&quot;. Riattacc&ograve;. Le avevo parlato in spagnolo per non farmi capire dagli altri. Usavamo fare cos&igrave; a casa dato che io sono nato a Montevideo e, anche se i miei genitori erano italiani, tra di noi si parlava ancora in spagnolo. Comunque io dovevo essere sconvolto. Vivien mi chiese se avevo per caso visto un fantasma. Abbozzai un sorriso ancora. In realt&agrave;, cercai davvero di convincermi che non poteva essere niente. Come se queste cose non ti possano accadere. Il mio lavoro era quello di calcolare le probabilit&agrave; di morire per fare i tassi assicurativi. Ma muoiono sempre gli altri. Mamma era ancora giovanissima, aveva appena compiuto 49 anni. Aveva tutti i capelli neri. </p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Da qualche tempo aveva giramenti di testa</span>. Avevamo pensato fosse dovuto alla menopausa. Anche i medici che aveva consultato le dicevano che si trattava probabilmente di questo. I giramenti di testa si mescolavano alle vampate. I sintomi erano quelli. Nessun dubbio. Nessuna diagnosi differenziale. Tutto normale. Nessuna riflessione a pi&ugrave; piani, nessun tracciato che rivestisse una volont&agrave; di voler scoprire quale fosse il problema reale. Per ogni problema complesso c&#8217;&egrave; sempre una soluzione semplice. Che &egrave; sbagliata. </p>
<p style="text-align: justify">Dopo un anno e pi&ugrave; che si andava avanti con la storia delle vampate, una TAC scopr&igrave; la vera ragione dei giramenti di testa. Un tumore grosso come un pisello, ma cresciuto alla base del cervelletto. Una rogna gigante alla quale, ancora una volta, n&eacute; io n&eacute; mio fratello e tanto meno mio padre fummo in grado di prestare la giusta attenzione. Ci consolammo pensando che la piccola dimensione significava averlo scoperto in tempo. Ma non era cos&igrave;. Non si trattava di un tumore qualsiasi, un pisello estraneo messo nel cervello sarebbe stato molto meglio, ma che ne capivamo noi! Il cervelletto, invece, &egrave; una parte fondamentale del sistema nervoso centrale. Coordina le uscite motorie. Rappresenta il dieci percento del cervello ed &egrave; suddiviso in lobi, in fessure, in lamine, il tutto per aumentare la superficie cerebellare. Un pisello l&igrave; dentro &egrave; come un&#8217;albicocca nel cervello. Anzi, &egrave; peggio ancora. </p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Giovani medici, barboncini dal pensiero unico conformista</span>, stavano tutti attorno al luminare come simpatico repertorio di una trasparenza resa opaca dal linguaggio tecnico incomprensibile: l&#8217;area paravermina, la fossa endocranica posteriore, gli emisferi cerebellari&#8230; Noi stavamo l&agrave;, nella stanza di ospedale, cercando tra occhiate sbiadite e gelide luci al neon una traccia rasserenante. Che non c&#8217;era. Nelle loro facce smussate, si disegnavano solo sguardi di impermeabilit&agrave; anfibia. Tuttavia ci sembrava ugualmente di poter intravvedere, alle volte, qualcosa di confortante. O almeno cos&igrave; volevamo credere. La speranza &egrave; l&#8217;ultima a morire ma alla fine muore come tutte le altre cose.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Io mi ero laureato due anni prima con la lode in Economia e Commercio</span>. In qualche modo fungevo un po&#8217; da intellettuale della famiglia. Mio fratello studiava ingegneria elettronica. Anche lui si sarebbe laureato con lode, l&#8217;unico del suo corso. Ma nonostante questa stupida cultura tecnica, nulla potemmo fare contro il destino: la morte aveva messo le sue uova a casa nostra. Mia madre non riusc&igrave; a vedere entrambi i suoi figli laureati. Mor&igrave; il 20 dicembre del 1980. E mor&igrave; in un modo che ancora oggi, a distanza di quasi trent&#8217;anni, mi appare incomprensibile, assurdo. Mi sembra incredibile di non essermi reso conto dell&#8217;immane tragedia che si stava abbattendo in casa nostra. Con quanta leggerezza pensavamo che dopo l&#8217;operazione tutto sarebbe tornato normale. Ridevamo e scherzavamo con lei sul fatto che la avrebbero rasata a zero, come un uovo. Ci illudevamo e facevamo castelli in aria sul suo ritorno a casa, il cane che l&#8217;aspettava. Ma si sa, i castelli in aria sono i pi&ugrave; costosi da demolire.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">La prima operazione non riusc&igrave;</span>. Fu la peggiore. Il macellaio fece una strage. Ci and&ograve; dentro in modo brutale tagliando tutto per arrivare a quella maledetta cicerchia. Un macello. Io non lo sapevo ma ci sono chirurghi specialisti per ogni parte del corpo. Quelli che operano al cervello anche se sono competenti non devono necessariamente essere altrettanto capaci ad operare nel cervelletto. Anzi. Per&ograve; noi eravamo ignari e ignoranti e ci fidammo del primario che us&ograve; mia madre come una cavia da laboratorio. Tralascio il calvario che segu&igrave; dopo. Una Via Crucis di dolore alla ricerca dello specialista ad hoc. Le varie operazioni che la resero sempre pi&ugrave; debole. Il tempo che all&#8217;inizio sembrava scorrere lento, dispieg&ograve; tutta la sua potenza. Inesorabile e assoluto. Era come quando si gira una clessidra. All&#8217;inizio sembra che la sabbia non si muova. Invece &egrave; la dissoluzione di un impero. Verso la fine, gli ultimi granelli vanno via in un lampo. Come la vita. Quando finalmente trovammo la persona giusta, il primario giusto, quello che operava esattamente quel tipo di tumori in quella parte del corpo&#8230; fu troppo tardi. Mia madre mor&igrave; prima dell&#8217;ennesimo tormento. Trent&#8217;anni e ancora oggi il ghiaccio della mia anima continua a sciogliersi in segreto. Come il primo giorno. </p>
<p style="text-align: justify">Dicono che ogni uomo ha un suo compito nella vita e non &egrave; mai quello che egli avrebbe voluto scegliersi. Forse &egrave; vero. L&#8217;essenziale &egrave; invisibile agli occhi. Me ne sono reso conto subito. Ma la cosa che pi&ugrave; mi pesa &egrave; non aver potuto aiutarla. Chiss&agrave; cosa pensava quando era sola? Tutte quelle lunghe notti. Perch&eacute; non abbiamo mai parlato veramente invece di aggrapparci stupidamente all&#8217;idea vana che sarebbe andato tutto bene? L&#8217;errore pi&ugrave; grande che si possa commettere &egrave; quello di non far niente perch&eacute; si pu&ograve; fare troppo poco. In effetti, potevo fare poco e perci&ograve; non ho fatto niente. Cos&igrave; persi mia madre. Mi fu tolto un frammento di infinito. Porto ancora dentro la ferita di non aver potuto e saputo esserle vicino. Vorrei poterle dire quanto mi manca, vorrei parlare con lei. E a volte cercavo di farlo, quando andavo in quel luogo sgraziato che si chiama cimitero. Il posto meno appropriato del mondo per entrare in comunione con chi non c&#8217;&egrave; pi&ugrave;. Ogni volta che ci penso, il cuore fonde come cera nel mio petto.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Ero ormai avvezzo a trascinarmi questa pena infinita</span> nell&#8217;anima quando, qualche anno fa, mentre tornavo in aereo dal Canada dove ora vive mio fratello, mi imbattei in una rivista che raccontava una vicenda che mi incurios&igrave; molto. Vi era un&#8217;intervista ad una signora che parlava di suo marito morto qualche mese prima e che era sempre con lei. La signora parlava del diamante che si era appena fatta fare dalle ceneri di cremazione di suo marito e del colore azzurro che le ricordava tanto il colore dei suoi occhi. Da quel momento non feci altro che pensare a quella circostanza. Ma come era possibile? Un diamante dalle ceneri? In effetti lo era. E cos&igrave; cominciai a cercare di capire che cos&#8217;&egrave; un diamante, come si forma, cos&#8217;&egrave; il carbonio, perch&eacute; si trova nelle ceneri di cremazione, ecc.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-weight: bold" class="Apple-style-span">Quando finalmente ebbi l&#8217;occasione</span> di imbattermi in Algordanza, non avevo dubbi. Dovevo, assolutamente dovevo avere mamma con me. Per sempre. Dovevo, assolutamente dovevo, dare l&#8217;occasione ad altri di avere vicino il proprio caro. Dovevo, assolutamente dovevo, lanciare il mio cuore e correre a raggiungerlo. E cos&igrave; ho fatto. Cos&igrave; &egrave; nata Algordanza Italia.</p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Oggi 30 dicembre 2008 &#8211; ultimo giorno di Sasa Vita</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Dec 2008 16:19:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche settimana fa ho comprato il libro &#8220;Mediocri&#8221; di Antonello Caporale. Leggendolo mi sono anche divertito. Molti dei pensieri espressi nel libro sembrano presi pari pari dalla mia storia personale raccontata qui nel mio sito e che ha avuto a che fare con il mondo assicurativo. Uno spaccato che non sfugge dalla mediocrit&#224;. Cito testualmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong>Qualche settimana fa</strong> ho comprato il libro &ldquo;Mediocri&rdquo; di Antonello Caporale. Leggendolo mi sono anche divertito. Molti dei pensieri espressi nel libro sembrano presi pari pari dalla mia storia personale raccontata qui nel mio sito e che ha avuto a che fare con il mondo assicurativo. Uno spaccato che non sfugge dalla mediocrit&agrave;. Cito testualmente dal libro di Caporale: <em>L&rsquo;Italia &egrave; piena di giovani talenti ma resta immobile e vecchia, ricca ma consegnata alla vita precaria, bellissima eppure sfregiata, accogliente per&ograve; insicura. L&rsquo;Italia &egrave; piena di mediocri. Organizzati per cordate, sorretti dalla corporazione, dal club dall&rsquo;accesso esclusivo, o garantiti dal nome di famiglia. Meglio i parenti dei concorsi, meglio serrarsi nella difesa degli interessi delle lobby che affrontano il rischio della concorrenza, meglio i portaborse servili dei collaboratori svegli ed efficienti. Valori capovolti e merito taroccato. Entra solo chi si mette in fila e aspetta, docile, il suo turno&hellip; La mediocrit&agrave; &egrave; una virt&ugrave; richiesta, la trama essenziale per avere in scena ombre anzich&eacute; menti. (&hellip;) In ogni parte del mondo ci sono i mediocri e i talentuosi, gli onesti e i furbi, gli uomini di scarse o eccellenti qualit&agrave;. In Italia il potere dei raccomandati, incompetenti se non anche strafottenti &egrave; maggiore o comunque pi&ugrave; visibile e fa pi&ugrave; danni dell&rsquo;agire degli onesti e preparati. Ci sar&agrave; un motivo. Si pu&ograve; restare fermi anche vent&rsquo;anni. Il mediocre non &egrave; stupido e conosce l&rsquo;adagio &ldquo;solo chi fa sbaglia&rdquo;.</em> </p>
<p><span id="more-8"></span>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>L&rsquo;inazione come chiave del successo</strong>: non fare nulla pur di non sfigurare. Bisogna a suo modo saper primeggiare per raggiungere un alto livello di confidenza con la mediocrit&agrave;.&nbsp;Chi ha seguito la mia storia personale, basata su licenziamenti fatti ai danni dei dirigenti di Sasa e Sasa Vita, con accuse inventate e mai dimostrate, con una macchina della giustizia inefficiente, con l&rsquo;assurdo tentativo di non far pubblicare la storia e lo sforzo che ne segu&igrave; per impedire la divulgazione di uno scritto che voleva soltanto mostrare uno spaccato dell&rsquo;Italia, arrivando persino a tentare il divieto della messa su internet, sul mio sito personale. Il tutto per l&rsquo;uso di alcuni aggettivi che apparivano troppo coloriti, come &ldquo;cappelli impomatati e baffetti alla Clarke Gable&rdquo;. Ahi, questa Italia! Sono stato processato per una presunta diffamazione a mezzo internet che equivale alla diffamazione a mezzo stampa!? Una sciocchezza grande come una casa. E da questa sciocchezza nasce un&rsquo;altra telenovela, un&rsquo;altra odissea. Come si fa a spiegare agli avvocati che sono abituati ai tomi di un chilo che c&rsquo;&egrave; internet che <em>internet</em> &egrave; tutto un altro mondo. Per uno che &egrave; fondamentalmente &ldquo;liberal&rdquo;, tutto questo gli sembra quanto meno kafkiano. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Ma si sa com&rsquo;&egrave; il nostro Paese</strong>: la connettivit&agrave; ad internet gratis non &egrave; fornita da nessuno (magari per suo interesse personale, cfr. gli hotspot di Starbucks&#8230;), ma &egrave; addirittura &ldquo;vietato&rdquo; consentire a qualcuno di accedere alla rete senza debitamente identificarlo e scrivere il suo nome in bella calligrafia su un registrone a colonne multiple. Non possiamo lasciare che i terroristi scrivano a casa, o che i mafiosi si scambino gli auguri, o che i pedopornografi cerchino immagini di computer graphics vietate, oppure che un cittadino tratti abusivamente di nascosto i dati personali altrui da un terminale anonimo alla faccia del garante&#8230; Anzi, se le grida manzoniane non fossero fatte per essere disattese, persino colui la cui rete wi-fi non &egrave; protetta o viene &quot;bucata&quot; dovrebbe essere considerato responsabile, se non altro a titolo colposo. In Germania esistono ed esistevano gi&agrave; alla fine degli anni novanta negli alberghi, ivi compreso di basso livello, dei PC &quot;a moneta&quot;, in cui chiunque si siede e infila monete da un euro o da cinquanta centesimi mano mano che passa il tempo della sua connessione, come si faceva un tempo con le cabine telefoniche. Mi chiedo come mai il paese non sia ancora piombato nel caos&#8230; Anche nella civilissima Svizzera negli alberghi &egrave; possibile connettersi a tempo. La Rai ha censurato il bacio gay nel film &quot;I segreti di Brokeback mountain&quot; Probabilmente il direttore generale Cappon ha dovuto ottemperare all&#8217;ennesimo diktat. La scusa e&#8217; stata veramente risibile: un errore tecnico! </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Ora, se tutti avessero internet e la banda larga</strong> il bacio incriminato se lo potrebbero vedere in YouTube. Infine, desidero chiudere tutta questa sezione dedicata al Lavoro nel mio sito (anche perch&eacute; ovviamente ormai mi occupo di altro ed il mondo assicurativo risuona gi&agrave; come se fosse un&rsquo;altra storia in un&rsquo;altra vita) con una panoramica a riguardo il rapporto tra universit&agrave; e assicurazioni. Non facendo pi&ugrave; parte dell&rsquo;universo assicurativo ancorch&eacute; l&rsquo;abbia frequentato per un quarto di secolo, posso permettermi di guardarlo con occhio distante e distinto. Come una prova del nove nel meglio e nel peggio offerto dal mondo assicurativo e indirettamente da quello formativo, l&rsquo;universit&agrave; in primis, chiudo con un articolo a riguardo il connubio tra universit&agrave; e mondo del lavoro, che ho pubblicato recentemente su Notizie Radicali ed ho inviato ad alcuni degli organizzatori del trentennale festeggiamento del Corso di Laurea in Scienze Statistiche ed Attuariali. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Riporto qui di seguito l&rsquo;intervento su Notizie Radicali</strong>: Il sabato 29 novembre sono stato presente al trentennale del festeggiamento del Corso di Laurea in Scienze Statistiche ed Attuariali della Facolt&agrave; di Economia e Commercio di Trieste. Io mi laureai in Economia lo stesso anno che venne istituito quel Corso di Laurea. Era il 1978. Poi ho lavorato per 25 anni in diverse compagnie di assicurazioni e perci&ograve; in un modo o nell&rsquo;altro di quell&rsquo;ambiente conosco tutti: docenti pensionati, pensionandi, docenti nuovi e discenti di allora, oggi dirigenti. Era un&rsquo;occasione per rivedere a distanza di 30 anni quello sparuto gruppo di studenti che divennero i primi laureati attuari di Trieste e per ricordarmi che io stesso vissi da studente, ancorch&eacute; di Economia, la creazione di quella Facolt&agrave;. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Fu grazie alla testardaggine del potente Istituto di Matematica Finanziaria</strong> che voleva addirittura una Facolt&agrave; in Scienze statistiche e attuariali, che poi si riusc&igrave; ad ottenere almeno il Corso di Laurea. Oltre alle conoscenze tecniche che si erano create localmente, c&rsquo;erano anche importanti appigli politici. Il prof. de Ferra dell&rsquo;Istituto di Matematica Finanziaria era anche consigliere regionale e appoggi&ograve; la richiesta portata avanti dall&rsquo;allora Presidente della Regione, il democristiano Antonio Comelli. Tuttavia come molte volte accade nella vita, fu soprattutto una circostanza piuttosto &ldquo;casuale&rdquo; quella che poi fa nascere veramente il Corso di Laurea; una circostanza fortuita che venne servita su un piatto d&rsquo;argento proprio a coloro che poi del caso ne avrebbero fatto una scienza. Mi riferisco al terremoto del 6 maggio 1976. Questo terremoto martori&ograve; una terra povera ma di grandi lavoratori e fece vedere di che pasta erano fatti questi friulani che ricostruirono bene e velocemente tutti gli edifici terremotati, e lo fecero senza sprechi e con una gestione impeccabile dei soldi. In queste circostanze favorevoli, l&rsquo;universit&agrave; fu tra le prime cose rivendicate dai friulani. Se la erano meritata e la nuova Regione a Statuto Speciale FVG non voleva negargliela. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Furono grandi personaggi</strong> di calibro come Luciano Daboni e Claudio de Ferra che vollero la Facolt&agrave; a tutti i costi e non avevano niente in contrario che si facesse un&rsquo;universit&agrave; a Udine. Erano nondimeno eredi di quel genio matematico (peraltro anche iscritto ai Radicali) che fu il prof. Bruno De Finetti, l&rsquo;inventore della probabilit&agrave; come nozione soggettiva che riformul&ograve; la moderna statistica inferenziale neo-bayesiana. Cionondimeno a Trieste non tutti erano favorevoli a che si facesse l&rsquo;universit&agrave; di Udine. Cos&igrave;, quando da Roma venne l&rsquo;ok per Udine, Trieste vide la sua richiesta di Facolt&agrave; declassata a Corso di Laurea. Questa parziale sconfitta fu dovuta soprattutto ai molti che remarono contro e, purch&eacute; non si facesse nulla a Udine, erano disposti a screditare l&rsquo;importanza di una Facolt&agrave; che oggettivamente era uno sbocco naturale per la nostra citt&agrave; giacch&eacute; Trieste respira da sempre assicurazioni da tutti i pori. In seguito, le varie riforme universitarie ed il depauperamento della domanda verso le materie scientifiche, hanno fatto accelerare un processo d&rsquo;implosione. Tutti sappiamo cosa fa un medico, un ingegnere, un architetto ma pochissimi in Italia sanno cosa fa un attuario. Si ricorda spesso come battuta quella di una nonna orgogliosa che la sua nipotina si laureasse in scienze &ldquo;estetiste e acquariali&rdquo; invece che &ldquo;statistiche ed attuariali&rdquo;. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Per capire meglio l&rsquo;importanza di questo Corso di Laurea</strong>, bisogna ricordare che Trieste fu porto dell&rsquo;Impero Austroungarico e l&rsquo;Ottocento, gli anni del massimo splendore della citt&agrave;, vide la nascita di centinaia di piccole compagnie locali che assicuravano le navi che salpavano da qui. Era una citt&agrave; mitteleuropea con una forte borghesia e fu naturale che un ambiente cos&igrave; producesse una discreta quantit&agrave; di studiosi soprattutto di teoria del rischio. Alcuni di essi assolutamente sconosciuti ma da meritarsi la costituzione di un Comitato come quello in onore di Vincenzo Bronzin, pioniere della finanza quantitativa. Insomma, un humus culturale straordinario che con de Finetti ebbe momenti di assoluta eccellenza sia nel firmamento scientifico della matematica applicata, sia come dirigente del Centro di Calcolo delle stesse Generali. Purtroppo tutto questo splendore si sarebbe andato perdendo a poco a poco lungo tutto il XX secolo per <u>l&rsquo;azione costante della mediocrit&agrave; politica</u>: le classi dirigenti emergenti cresciute nella cultura clientelare spogliarono a poco a poco la citt&agrave; di questo suo naturale know-how scientifico e della sua correlata applicazione pratica, quella della dirigenza delle compagnie della citt&agrave; o delle sue controllate in Italia e all&rsquo;estero. Dalla capacit&agrave; di saper coniugare conoscenze attuariali con capitali finanziari nacquero a Trieste i due grandi colossi assicurativi italiani: Generali e Ras. Purtroppo la Ras, eterna seconda rispetto alle Generali, aveva subito anche ingenti perdite nel portafoglio dell&rsquo;Est Europeo durante la guerra ed il timore che Trieste potesse finire sotto l&rsquo;orbita yugoslava hanno avuto per questa compagnia riflessi di cui si vedono tuttora le conseguenze. La paura di perdere ulteriore portafoglio fece che questo venisse spostato a Milano che divenne poi il vero centro operativo e direzionale della compagnia. A Trieste venne data una Direzione residuale che si occupava della gestione del portafoglio straniero sparso nei 5 continenti. Ma tale portafoglio negli anni &rsquo;80 si era reso autonomo e cos&igrave; l&rsquo;importanza della Direzione per l&rsquo;Estero di Trieste croll&ograve; verticalmente. Prima la Gestione dei Portafogli e poi l&rsquo;Attuariato per l&rsquo;estero vennero chiusi e rest&ograve; solo la gestione della coda riassicurativa. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Nel 1989 vennero i tedeschi dell&rsquo;Allianz</strong> (che poi comprarono pure il Lloyd Adriatico, altra Compagnia di Trieste) ed in questi giorni, quasi vent&rsquo;anni dopo, la fusione tra Ras e Lloyd per confluire nell&rsquo;Allianz, gli ultimi impiegati rimasti della vecchia e gloriosa Ras, stanno abbandonando l&rsquo;antico e monumentale palazzo di Piazza della Repubblica, l&agrave; dov&rsquo;era nata 180 e passa anni fa. Un&rsquo;altra conseguenza tipica di una citt&agrave; definita la Bella Addormentata dell&rsquo;Adriatico. Infine, un&rsquo;altra fusione per incorporazione e quindi un&rsquo;altra compagnia che sparir&agrave;, la sta vivendo in questi giorni la Sasa, l&rsquo;ultima compagnia triestina rimasta (oltre le sempiterne Generali naturalmente). Sasa nasceva nel 1923 soltanto nel ramo Trasporti e appena nel 1989 pass&ograve; a tutti gli altri rami Danni. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Nel 1995 ci fu la creazione di Sasa Vita</strong>, la compagnia vita autonoma di Sasa. Nel 2001 poi, entrambe le compagnie per motivi pi&ugrave; politici che di mercato, furono &ldquo;regalate&rdquo; alla SAI di Ligresti, che per acquisirle chiese all&rsquo;azionista di riferimento, la Cofiri, di aggiungere alle riserve del Ramo Auto qualche decina di miliardi di lire. Adesso, Sasa e Sasa Vita confluiranno nella Milano Assicurazioni il 30 dicembre di quest&rsquo;anno. La confluenza si far&agrave; un giorno prima della fine dell&rsquo;anno affinch&eacute; i differenti bilanci, andando a finire in una assicurazione con bilancio unico tra i rami Vita e Danni, possano anch&rsquo;essi unificarsi. E&rsquo; chiaro che in questi trent&rsquo;anni dal nuovo Corso di Laurea, quella Tavola Rotonda poteva essere l&rsquo;occasione per incominciare a porsi qualche domanda. Per&ograve; in tutte le grandi occasioni formali, nessuno vuole veramente affrontare i problemi. Non ovviamente il Magnifico Rettore Francesco Peroni, n&eacute; il Preside della Facolt&agrave; di Economia, Giovanni Panjek e neppure tutti gli altri che si sono succeduti. La prima cosa da chiedersi &egrave; dove si stia andando. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>A cosa servono nuovi attuari</strong> se il processo di concentrazione delle compagnie continua e le classi dirigenziali sono ancora sovrabbondanti nel nostro Paese? A cosa servono questi laureati se poi nel momento della compravendita pesano di pi&ugrave; i fattori politici rispetto a quelli tecnici e si vendono le compagnie a tanto al chilo o magari vengono &ldquo;regalate&rdquo; come nel caso della Sasa. D&rsquo;altra parte, i primi laureati del nuovo Corso di Laurea avevano trovato collocazione subito e sono diventati alti dirigenti. Ma questo succedeva un quarto di secolo fa. Gli ultimi fanno gi&agrave; un po&rsquo; pi&ugrave; di fatica a collocarsi subito bene e molti devono fare una gavetta di inputazione dati indegna per un laureato ai livelli di eccellenza che l&rsquo;Universit&agrave; vorrebbe continuare a mantenere. Da qui anche le difficolt&agrave; di trovare una clientela di studenti capaci di capire l&rsquo;offerta didattica meno accattivante rispetto ad esempio ad una laurea in Scienze delle comunicazioni. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>Naturalmente nessuno voleva porsi il problema</strong> dei nuovi laureati: dove sarebbero andati a lavorare?&nbsp;&nbsp; In quali compagnie? A Trieste ormai le compagnie si sono ridotte alle sole Generali. Ras e Lloyd Adriatico sono ora Allianz e da oggi&nbsp;Sasa diventer&agrave;, come abbiamo detto, Milano Assicurazione. Insomma, l&rsquo;anamnesi che ne viene fuori &egrave; sconcertante: da un lato l&rsquo;universit&agrave; di Trieste sa di avere un Corso di Laurea di alta qualit&agrave;, di elevato valore e forse ancora spendibile sul mercato; per&ograve; si tratta di una laurea di &egrave;lite che ha pochissimi iscritti e rischia che qualche leggina possa darle un colpo di mannaia. Sarebbe davvero un peccato che questo Corso di Laurea nato dalla cr&egrave;me de la cr&egrave;me della matematica applicata possa nel futuro venir a trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato e magari messo in un calderone assieme a tutti quei corsi fantasmi nati dal nulla, senza contenuti, e poi nella scure del tanto al chilo possa trovarsi tra quelli da sopprimere. Dall&rsquo;altra parte, bisognerebbe che si facesse un Consorzio per dare borse di studio a studenti meritevoli. Un consorzio privato che, come sempre, avr&agrave; un unico patrocinatore possibile e cio&egrave; le Generali, e dall&rsquo;altra parte sarebbe indispensabile riuscire ad allargare la collaborazione tra le universit&agrave; di Trieste e di Udine. Si risolverebbero molti problemi, si aumenterebbe la base studentesca e potrebbero esserci anche scambi di docenza per ammortizzare i costi. Semplice ed efficace. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong>E&rsquo; arrivato il momento</strong> di gettare via i nostri campanilismi e le nostre idiosincrasie, non si pu&ograve; aspettare che ogni volta ci sia un terremoto che venga a sollevarci. </p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="center">&#8212;oooOooo&#8212; </p>
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		<title>KRSKO: E ADESSO CHI LI SENTE GLI AMBIENTALISTI DELLA DOMENICA?</title>
		<link>http://waltermendizza.blog.tiscali.it/2008/06/05/krsko__e_adesso_chi_li_sente_gli_ambientalisti_della_domenica__1900348-shtml/</link>
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		<pubDate>Thu, 05 Jun 2008 12:33:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Blog Admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ambientalisti]]></category>
		<category><![CDATA[krsko]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; &#160; La notizia dell&#8217;incidente nella centrale nucleare di Krsko, in Slovenia, &#232; arrivata come una bomba in Friuli Venezia Giulia, giacch&#233; Krsko dista soltanto 130 km da Trieste. Anche se si tratta di una perdita d&#8217;acqua, peraltro non radioattiva, e quindi l&#8217;incidente non &#232; grave e non ha inquinato l&#8217;ambiente, lo spettro di una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;
<p style="text-align: center" align="center">&nbsp;</p>
<p><span id="more-9"></span>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'"><strong>La notizia dell&#8217;incidente nella centrale nucleare di Krsko</strong>, in Slovenia, &egrave; arrivata come una bomba in Friuli Venezia Giulia, giacch&eacute; Krsko dista soltanto 130 km da Trieste. Anche se si tratta di una perdita d&#8217;acqua, peraltro non radioattiva, e quindi l&#8217;incidente non &egrave; grave e non ha inquinato l&#8217;ambiente, l</span><span style="font-size: 9pt;color: #333333;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'">o spettro di una nuova Chernobyl, si &egrave; materializzato in tempo reale nella nostra citt&agrave;. Il sindaco di Trieste, Dipiazza, si &egrave; affrettato ad annunciare che i vigili del fuoco non hanno rilevato tracce di radioattivit&agrave; nell&#8217;aria e che non c&#8217;&egrave; allerta, ma solo &quot;attenzione&quot; dalla Protezione Civile del FVG. </span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'"><strong>Quello che mi preoccupa di questo &quot;non incidente&quot;</strong> &egrave; la consueta scenata di esecrazioni e di scomuniche da parte degli ambientalisti della domenica, la solita gazzarra di polemiche settarie di coloro che da sempre sono ostili al nucleare e pregano Ges&ugrave; bambino perch&eacute; ci arrivi l&#8217;energia dal cielo. L&#8217;energia nucleare non contribuisce in maniera rilevante all&#8217;effetto serra e non richiede l&#8217;importazione di combustibili fossili, che sono altamente inquinanti e la cui estrazione &egrave; causa di gravi incidenti. L&#8217;estrazione dei combustibili fossili &egrave; destinata a diventare antieconomica entro tempi relativamente brevi, con un evidente impatto negativo sul nostro sistema produttivo. Tuttavia questo &quot;non incidente&quot; &egrave; destinato alla solita chiassata di anatemi faziosi. Infatti le rassicurazioni provenienti un po&#8217; da tutte le parti non hanno convinto Greenpeace, che subito ha detto che l&#8217;incidente non pu&ograve; essere minimizzato chiedendo &quot;verifiche indipendenti&quot; e sottolineando che l&#8217;incidente &egrave; un avvertimento per tutti quelli che prevedono di costruire altri reattori nucleari. Il governo &egrave; avvisato. Gli ambientalisti del pensiero unico ecologista del &quot;no a tutto&quot;, gli sconfitti dalle elezioni e dalla storia, stanno avendo la loro rivalsa. Dopo la batosta alle elezioni, attendevano con sete di ripicca che si manifestasse qualcosa, qualunque cosa, per potersi scatenare. Ed eccoli accontentati.</span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'"><strong>Gi&agrave; un paio di anni fa, in tempi non sospetti</strong> scrivendo sui rigassificatori, dissi: &quot;Cari ambientalisti della domenica, siete dittatori del sapere, con il vostro comportamento intollerante ed estremista contro il progresso volete solo continuare a ricevere finanziamenti pubblici facendo finta di occuparvi del nostro benessere per proseguire con il vostro buonismo da quattro soldi a riportarci nel medioevo. <strong>Perch&eacute; non vi occupate della centrale nucleare di Krsko, vecchia come il cucco e con tecnologia superata?</strong>&quot; </span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'"><strong>Quello che preoccupa &egrave; l&#8217;impatto di questa notizia</strong> su un&#8217;opinione pubblica preda di pregiudizi antiscientifici e sulla nostra economia vittima di ubbie oscurantiste. Il nostro Paese si sta avviando verso una devastante crisi energetica e quindi economica, dalla quale sar&agrave; molto difficile uscire. Facciamo finta di non sapere di essere circondati da centrali nucleari, molte situate appena al di l&agrave; del confine, e che siamo costretti a importare da queste centrali energia essenziale per le attivit&agrave; produttive del nostro Paese. </span></p>
<p style="text-align: justify"><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'"><strong>Dobbiamo stare in allerta per fermare questi eco-estremisti</strong> militanti dell&#8217;ambientalismo fondamentalista che dal punto di vista politico, orfani del comunismo, si sono buttati anima e corpo nella nuova dottrina ambientalista cavalcando con successo la tolleranza-zero attraverso l&#8217;uso del sensazionalismo, della disinformazione e della menzogna. Naturalmente nessun ambientalista estremista propone la bench&eacute; minima e valida alternativa per soddisfare i bisogni di 7 miliardi di persone. Perci&ograve; ritengo che sia arrivato il momento di denunciare i cialtroni indolenti e irresponsabili che cercano di imporre un&#8217;austerit&agrave; energetica, un dirigismo passatista, un ritorno ai consumi e ai costumi del medioevo.</span></p>
<p style="text-align: justify">&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: 9pt;color: #404140;line-height: 115%;font-family: 'Verdana','sans-serif'">www.tecnosophia.org</span></p>
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