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Archivio 23 Gennaio 2011

Non siamo ancora adulti per meritarci Wikileaks (Pubblicato su N.R. il 6/12/2010)

23 Gennaio 2011 Nessun commento

Lascia sgomenti sentire le unanimi condanne di irresponsabilità che tutti i governi in coro hanno rilasciato nei confronti di Wikileaks, l’organizzazione internazionale che riceve in modo anonimo documenti protetti da segreto e poi li mette in rete sul proprio sito web. In un anno dalla nascita il suo database contava più di un milione di documenti. Segno evidente che c’è un gran bisogno di dire come stanno le cose in contrapposizione alla necessità opposta di tener tutto calmierato. Le fughe di notizie (dall’inglese “leak”) hanno comportato un grande imbarazzo nell’amministrazione americana perché i contenuti dei documenti riservati non facevano proprio il panegirico dei soggetti dei quali si parlava, piuttosto denunciavano le reticenze e le falsità della diplomazia e delle fonti ufficiali.

Ovviamente il Potere con la P maiuscola si è messo in moto e qualche giorno fa il provider che forniva il dominio wikileaks.org ha interrotto la fornitura del dominio per presunta violazione di una clausola contrattuale. Poi il sito fu sfrattato dai server di Amazon e dovette trasferirsi prima su server svedesi e poi su quelli svizzeri. Già nel 2008 il sito web fu chiuso per decisione di un tribunale californiano dietro le pressioni di una banca svizzera che si riteneva diffamata. Poi lo stesso giudice autorizzò la riapertura del sito. Adesso è stato definitivamente oscurato grazie all’intervento della candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti, Sarah Palin ed il senatore indipendente Joe Lieberman, capo del Comitato di Sicurezza Nazionale della Camera Alta degli Stati Uniti, che ha obbligato l’azienda Amazon ad espellere Wikileaks.org dai propri server. Infatti, dal 1° dicembre Wikileaks è stato oscurato, non è più possibile accedere all’indirizzo www.wikileaks.org. Tuttavia i tecnici di Wikileaks lo hanno reso di nuovo accessibile prima con il dominio svizzero .ch e poi con i domini europei .eu, .fi, .nl e .de.
Al momento in cui sto scrivendo è arrivata la notizia che il sito svizzero è stato appena oscurato. Un braccio di ferro tra il Potere e la libertà di espressione. Un braccio di ferro su più fronti dato che in contemporanea uno dei fondatori Julian Paul Assange, giornalista australiano, classe 1971, è diventato il ricercato numero uno dalla polizia di tutto il mondo. Due settimane fa, il 20 novembre 2010 è stato emesso un mandato di arresto internazionale tramite Interpol dalla polizia svedese utilizzando il Sistema di Informazione Schengen, in modo da assicurarsi che fosse visibile da tutte le forze di polizia del mondo. Accipicchia. E’ addirittura più ricercato di Bin Laden! Colmo dei colmi è che questo signore non è cercato (come ci si potrebbe aspettare) per quello che ha fatto; cioè per aver messo a disposizione di tutti le note ipocrisie delle cancellerie e delle fonti ufficiali che verso il pubblico descrivono situazioni collaborative mentre in privato protestano contro quelle stesse fonti per la loro doppiezza. No, non è ricercato per aver segnalato i vizi privati nascosti dietro le pubbliche virtù, ma è ricercato per un presunto reato di stupro nei confronti di due donne svedesi!

Vengono dubbi sulla natura di questo provvedimento. Basti solo notare la coincidenza temporale del mandato di cattura con l’arrivo delle nuove rivelazioni. Dal canto suo, Assange ha ammesso che durante il periodo che è stato in Svezia ha avuto diverse relazioni con donne svedesi, ma erano tutte consenzienti. Viene spontaneo chiedersi: come mai il Tribunale Supremo di Stoccolma ha rifiutato un ricorso in sua difesa? Come mai è spiccato subito l’arresto in contumacia? Come mai tanto accanimento contro un presunto reato di stupro, proprio nel momento in cui il Pentagono dichiara che la pubblicazione dei documenti riservati è un tentativo irresponsabile volto a destabilizzare la sicurezza globale? Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Ed Assange è certamente un duro dato che ha pensato una mossa geniale: l’intero archivio di documenti segreti è stato spedito a centomila persone diverse, in diverse parti del mondo, in forma criptata. Se dovesse capitargli qualcosa o se lui o qualcuno dei suoi collaboratori dovessero sparire diventando irreperibili, la chiave elettronica per decriptare i documenti rendendoli leggibili verrebbe spedita in automatico alle centomila persone.
Certo, il reato di stupro è senza dubbio una brutta faccenda, ma il sospetto che le cose non stiano così e che l’intera vicenda delle molestie sessuali sia stata pilotata ad hoc, è troppo forte. Forse siamo talmente ipocriti che abbiamo bisogno di inventarci una scusa ipocrita per sbattere in galera uno che denuncia le ipocrisie! Se le cose stanno così, come si fa a non essere dalla parte di questo “Zorro digitale”, di questo “Robin Hood del web”? Già a 16 anni Assange cominciò la sua carriera di hacker sotto il nome “Mendax” e scrisse alcune regole elementari per gli hacker che mostrano una grande nobiltà di spirito: “Non danneggiare i sistemi computazionali nei quali entri, non cambiare le informazioni che trovi, ma condividile”.

Viene spontaneo pensare ai radicali, alle loro battaglie per la giustizia giusta, per la trasparenza, per la legalità. Sono battaglie che hanno la stessa natura di quella di Pannella affinché non vengano bruciati i nastri delle conversazioni ancorché registrati illegalmente, ché, rappresentano uno spaccato dell’Italia e del mondo in cui viviamo. Viene spontaneo difendere Wikileaks e chiedere a gran voce che sia nuovamente messa in chiaro, ufficialmente, senza sotterfugi. Viene spontaneo chiedere che venga tutto pubblicato, soprattutto quando i fatti non mettono a repentaglio la vita di nessuno. Viene spontaneo nell’assiologia radicale offrire una presidenza onoraria adesso che si sta organizzando il congresso del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito. Una presidenza ad Julian Assange che ha dimostrato di essere un vero libertario portandosi al di fuori dalle dialettiche delle ragion di stato. Uno fatto della stessa pasta di Pannella.

Purtroppo però sappiamo che denunciare il re nudo gli costerà molto, o in termini di ostracismo o peggio, di persecuzione. Siamo ancora troppo bambini per conoscere le verità. E il nostro Paese è ancora più bambino degli altri. Perciò in Italia tutto viene secretato: fascicoli, conti, verbali, video, interrogatori, perfino nell’indagine su Vallettopoli è stato secretato l’interrogatorio sul “festino”. Dobbiamo continuare a credere a Babbo Natale, a Gesù Bambino, credere nei miracoli, nella Madonna e, soprattutto, nella bontà di chi ci comanda. A quando un Assange italiano? Nel mentre offriamo ad Assange la presidenza onoraria del partito Transnazionale. Credo che la meriti se non altro per il codice deontologico che si era dato già quando aveva 16 anni: non distruggere le informazioni ma condividerle.

Ligresti: il capitalismo predatorio e la peste italiana (Pubblicato su N.R.17/11/2010)

23 Gennaio 2011 Nessun commento

17-11-2010
Prima di avventurarci a descrivere la finanza rapace di Salvatore Ligresti, prenderò da Wikipedia un piccolo decalogo di informazioni, utile a tratteggiare il personaggio:
1) Salvatore Ligresti è un imprenditore siciliano nato a Paternò (Catania) il 13 marzo del 1932. Si laurea a Padova in ingegneria e si trasferisce a Milano, dove divenne ben presto uno dei principali immobiliaristi;
2) Nel 1992 risultò coinvolto in Tangentopoli, quindi venne arrestato e condannato per tangenti. Dopo aver patteggiato 2 anni e 4 mesi con la giustizia, affidato ai servizi sociali, torna all’attività di costruttore;
3) Ligresti ha presentato domanda di ritorno allo stato di incensurato, grazie ad una norma che fa tornare immacolata una fedina penale sporca quando siano passati almeno cinque anni dall’espiazione della pena e il pregiudicato «abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta». Il Tribunale di sorveglianza di Milano nel Settembre 2005 ha accolto la sua richiesta;

4) Ligresti ha tre figli: Giulia Maria, Gioacchino Paolo e monella;
5) Partecipazioni imprenditoriali:
a) La holding Premafin Finanziaria Spa Holding di Partecipazioni, controllata da un patto di sindacato stipulato tra società riconducibili a Salvatore Ligresti e ai suoi tre figli, è quotata sulla Borsa Italiana.
b) Il gruppo Starlife controlla il 17.613 per cento della finanziaria tramite Sinergia Holding di Partecipazioni Spa (10,112 per cento), controllata direttamente da Starlife SA, e Immobiliare Costruzioni IM.CO. Spa (7,501 per cento), controllata da Starlife SA tramite Sinergia.
c) I tre figli di Salvatore Ligresti controllano il 29 per cento della società tramite tre holding lussemburghesi:
° Giulia Maria tramite Canoe Securities SA
° Gioacchino Paolo tramite Limbo Invest SA
° Jonella tramite Hike Securities SA
6) Ciascuno possiede un 9.687 per cento della società ma tutte le quote sono intestate alla fiduciaria Compagnia Fiduciaria Nazionale Spa.
7) Ligresti è coinvolto nei più ricchi affari urbanistici di Milano (Expo 2015, Fiera e Garibaldi-Repubblica), di Firenze (Castello e Manifattura Tabacchi), di Torino. 8) Nel Novembre 2008 risulta indagato insieme a Gianni Biagi e Graziano Cioni dalla Procura di Firenze per ipotesi di corruzione. La vicenda riguarda il progetto di Castello della città di Firenze;
9) Nel 2004 entra nel consiglio di amministratore della Rcs MediaGroup, società editrice di quotidiani quali il Corriere della Sera e la free press City la figlia Jonella. Sempre attraverso Premafin, la famiglia Ligresti possiede il 5.291 per cento di Rcs MediaGroup e partecipa al patto di sindacato che controlla la società editrice;
10) Ligresti è presidente onorario di Fondiaria-Sai, gruppo assicurativo torinese quotato sulla Borsa di Milano e controllato dalla famiglia Ligresti tramite la holding Premafin Finanziaria Spa Holding di Partecipazioni che direttamente o indirettamente ne possiede una quota del 47 per cento; Ligresti è membro del Consiglio di Amministrazione del Gruppo Unicredit.

La macchina del fango

La democrazia è in pericolo perché se ti poni contro certi poteri
quello che ti aspetta è un attacco della macchina del fango.
Allora prima di criticare ci pensi un po’, e quando
questo accade inizia a incrinarsi la libertà.
Roberto Saviano
(La macchina del fango)

Agli inizi del terzo millennio, la compagnia di assicurazioni SAI di Ligresti mise a segno una serie di obiettivi finanziari. Nel 2002, con la regia di Mediobanca, riuscì ad impedire che la Fiat s’impossessasse di Fondiaria, la compagnia d’assicurazioni fiorentina controllata da Montedison. Così la sua compagnia assicurativa, la Sai, comprò il 6,7 per cento di Fondiaria e s’impegnò a rilevare un ulteriore 22,2 per cento. Il prezzo era esoso: 9,5 euro per azione, ma tanto la cosa non importava a Ligresti in quanto sarebbe stata poi Mediobanca incaricata di trovare i soldi. Solo che la Consob si mise di traverso dicendo che l’operazione era contro le regole: se la Sai voleva Fondiaria, deve lanciare un’Opa trasparente sul 100 per cento del capitale. Una mossa da far inabissare anche il Titanic. Era troppo. Tuttavia Ligresti riesce a reperire una banda di «cavalieri bianchi» (Jp Morgan Chase, Interbanca, Mittel, Commerzbank) guidata dal finanziere Francesco Micheli, che compra il pacchetto di Fondiaria e, a cose fatte, lo gira alla Sai. Visto l’andazzo, alla Fondiaria non resta che fare buon viso a cattivo gioco e accettare la fusione con Sai. Dunque la SAI riuscì a prendersi, nel maggio 2002, la Fondiaria Assicurazioni senza che fosse fatta l’opzione dell’Opa residuale che è obbligatoria per legge. Gli azionisti di Fondiaria fecero causa ed ebbero ragione. Fonsai fu condannata a pagare il differenziale del valore delle azioni ed in più furono multati i vertici del gruppo.
Fu in questo contesto che, nello stesso periodo, la Sai acquisì le compagnie triestine Sasa e Sasa Vita. Un’operazione minore rispetto ai grandi giochi di potere che si sarebbero consumati da lì a poco con Fondiaria. Sai non aveva una lira per poter acquistare il gruppo triestino, così mise in moto la macchina del fango per esagerare i presunti andamenti negativi nel ramo auto di Sasa e riuscire a farsi dare le compagnie praticamente in regalo dalla sprovveduta Cofiri (del gruppo IRI) che di assicurazioni non ne capiva nulla.
A Trieste approdarono una serie di figuri di dubbio valore tecnico, alcuni dei quali celavano un turpe banditismo assicurativo. Dato che l’intero gruppo dirigenziale di Sasa fu fatto sparire, io decisi che per quanto mi riguardava era importante documentare quello che era avvenuto. Così nacque lo scritto “Storia di una ordinaria ingiustizia” che pubblicai sul mio sito www.waltermendizza.it nel 2005. Si trattava di un semplice racconto del licenziamento di un dirigente di Sasa Vita (il sottoscritto) ma a parere del management ligrestiano il racconto conteneva un “ingiustificato e diffamatorio attacco all’intero Gruppo Fondiaria Sai”. Accipicchia! E dire che il licenziato ero stato io! Questa “Storia” provocò una sfilza di reazioni rabbiose e sproporzionate da parte del management di Ligresti che si conclusero con un ricorso ex art. 700 c.p.c. dove si richiedeva la chiusura immediata del mio sito internet e in subordine l’eliminazione dello scritto. So di dire cose che appaiono a dir poco allucinanti, ma così è stato.

Dato “l’interesse” dimostrato, era evidente che non si voleva che fosse raccontato alcunché di quella storia. In questo modo, accolsi la richiesta del giudice di eliminare alcune espressioni a tinte forti (del tipo baffetti alla Clark Gable, “satrapo mesopotamico” per intenderci). Questi erano gli epiteti usati come pretesto per far scattare il ricorso ex art 700 chiedendo la chiusura immediata del sito e per affibbiarmi un procedimento penale a mio carico con l’imputazione del reato di diffamazione “perché con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso… offendeva la reputazione“, ecc. Non c’è esempio più lampante di questo per mostrare come funziona la macchina del fango. E’ appena il caso di notare che nella storia raccontata non avevo mai fatto alcun nome!

E pensare che venivo accusato da gente mediocre al servizio di uno che nel 1986 venne indagato per corruzione e sei anni dopo, nel ’92 venne travolto da tangentopoli e finì a San Vittore e che le altre vicende giudiziarie le ha chiuse con il patteggiamento. Mi chiesi diverse volte come fosse possibile una cosa simile. Perciò decisi che la storia doveva essere raccontata con più dovizia di particolari. Così nacque “Cronaca di un licenziamento annunciato” che c’è nel mio sito da quando il giudice mi diede l’ok per tenere il racconto a patto di togliere i baffetti alla Clark Gable, satrapo, e qualche altra cosa che neppure ricordo. Il nuovo racconto è la cronaca del licenziamento di un dirigente di Sasa Vita (il sottoscritto). Tuttavia, quel licenziamento ingiustificato, arbitrario e irrazionale era indice di una ostinazione più pervicace: chi non si adeguava a coprire le malefatte doveva andarsene perché non poteva far parte della camarilla nascente che voleva solo appropriarsi del giocatolo senza alcun interesse industriale. Non una idea, non una visione del business e neppure un interesse di quanto era stato fatto, ma solo povertà di pensiero e totale inettitudine a guardare il futuro e, ovviamente, coprire le malefatte come quelle a riguardo del disastro aereo dell’ATR avvenuto in Kosovo nel 1999. Ora, finalmente, la vicenda è stata incardinata con un esposto davanti alla Procura della Repubblica di Roma, dove peraltro continua il processo penale dei funzionari responsabili tecnici della Società: due hanno optato per il rito abbreviato e il giudizio si è concluso con la condanna alla pena di 4 anni di reclusione ciascuno, mentre per gli altri due il procedimento continua.

Profondo Rosso
Nella galassia Ligresti, c’è un solo uomo al comando. Ed è Salvatore Ligresti. Un uomo di talento con capacità finanziarie quasi rabdomantiche. Per difendere il suo vecchio corpo ormai quasi ottantenne anche dalle più piccole delle preoccupazioni si è inventato uno scudo impenetrabile di corifei leccapiedi. I giudizi di disvalore sul management di Ligresti appaiono oggettivi non solo perché accompagnati da congrue motivazioni, ma perché l’incapacità di quel management è venuta progressivamente a galla in una raggiera di comportamenti che hanno messo in luce una mediocrità generalizzata, organizzata per cordate, sorretta da un club di accesso esclusivo di adulatori garantiti dal nome di famiglia e da comportamenti spudorati di portaborse servili.

Ad esempio, nel 2006 (ben 5 anni dopo l’espulsione dell’intero quadro dirigente) la nuova consorteria della Sasa ricevette una sanzione record da parte dell’Isvap e ciò costituiva in qualche modo una prima dimostrazione dell’incapacità di gestione che venivo denunciando. Naturalmente le sanzioni continuarono anche negli anni seguenti e in modo sempre più pesante, tanto che tutto il gruppo assicurativo di Ligresti: Sasa, Milano Assicurazioni e la stessa capogruppo FonSai, ebbe l’ebbrezza di scalare la vetta della classifica sanzionatoria, collocandosi nei primi posti. Nell’articolo “Un esempio di brigantaggio assicurativo” riporto la lista di sanzioni ed infrazioni che quella dirigenza di mezzecalze e per di più con le scarpe bucate, riuscì a farsi comminare in pochi anni.

Dato che il codice prevede che una condanna definitiva faccia venire meno i requisiti di «onorabilità» indispensabili per guidare una compagnia d’assicurazione, il pregiudicato Ligresti non ha potuto far altro che lasciare tutte le cariche sociali che aveva e farsi sostituire dai figli: Jonella diventa presidente della Sai, vicepresidente di Premafin e unica donna a sedere nel consiglio d’amministrazione di Mediobanca; Giulia siede nei consigli di Sai, Premafin e Telecom, ma è più interessata alle sue borse e accessori in pelle, che disegna di persona e commercializza con il marchio Gilli (v. www.gilli.com); infine Paolo, il figlio minore, è presidente di Sai International e vicepresidente di Atahotel, la società che controlla gli alberghi del gruppo.

Dopo che nel settembre del 2005 il Tribunale di sorveglianza di Milano accolse la sua richiesta di ritornare “vergine” cioè allo stato di incensurato per aver dato “prove effettive e costanti di buona condotta”, Ligresti si è ricostruito la verginità ed è stato riabilitato. Non ha dovuto più angosciarsi per le sue performance giudiziarie, uno scudo umano di ruffiani, lusingatori e cortigiani l’ha reso un sultano a tutti gli effetti. E come tutti i sultani, poco gli interessa delle deficienze, delle carenze, delle inadeguatezze di quanto gli gira attorno.

Dunque Ligresti ha messo alla presidenza del CdA del gruppo assicurativo Fondiaria-Sai nato alla fine del 2002 dalla fusione delle due preesistenti compagnie, la figlia Jonella; sì, proprio quella che il 25 luglio del 2007 ebbe la disavventura di essere stata dottoressa per sei ore soltanto, perché la laurea, appena conseguita, le venne subito revocata dal ministro dell’Università, irritato per la facilità con cui spesso in Italia vengono distribuiti i diplomi «ad honorem». Ad ogni modo, ormai Ligresti deve pensarla alla greca, in termini di kalòs kai agathòs, che nella cultura ellenica indicava l’ideale perfetto di bellezza (Jonella) e valore morale (lui in persona), al riparo delle porcate delegate ai suoi galoppini che fanno il bello e cattivo tempo nelle sue controllate, abituati anche loro ad attorniarsi di barboncini dal pensiero unico conformista come simpatico repertorio di una classe dirigente che non sa fare nulla tranne il gioco delle tre carte con gli assets delle loro compagnie per camuffare costantemente le casse dell’impero di famiglia che sono in profondo rosso.

Certo che qualcosa si dovrà pur muovere nella galassia Ligresti che ha un estremo bisogno di liquidità per raddrizzare i conti in profondo rosso. La sola Fonsai ha chiuso il 2009 con un rosso di quasi 370 milioni, dopo che nel 2007 aveva chiuso con un utile di 620 milioni e nel 2008 tale utile era sceso a 90 milioni. Ha dovuto rinegoziare i debiti della cassaforte di famiglia (Sinergia) e sciogliere la partnership con Bpm, ma questi sono stati i primi passi assolutamente insufficienti.

Dunque si è pensato di vendere gli asset minori in campo assicurativo (Liguria e Sasa) e nonostante il gruppo Sasa sia stato acquisito in regalo dalla Cofiri, oggi ne vuole 300 milioni assieme alla Liguria. Questi sì che sono affari! Si potrebbe pensare che tali compagnie siano state messe in condizioni di correre e competere nel mondo assicurativo; macché … niente di tutto questo. Anzi. Hanno insegnato loro a scalare le veti delle sanzioni amministrative comminate dall’Isvap. Purtroppo i 300 milioni che i nostri furbacchioni richiedono, non basterebbero, perciò si susseguono le voci riguardanti la Milano Assicurazioni (altra pluripremiata in termini sanzionatori, che ha chiuso in rosso per 169 milioni) ma in queste condizioni è ovvio che Ligresti non trovi facilmente acquirenti disposti a pagare tanto per compagnie che non valgono niente, soprattutto per il livello del management che le governano.

La verità è che Ligresti dovrebbe pensare ad un intervento al cuore del gruppo cedendo la capogruppo Fondiaria Sai. Prima lo fa e meglio è. Purtroppo questo non rientra nel suo disegno finanziario. La Sai è una sorta di primo amore: ha avuto il primo pacchetto di azioni in “eredità” da un suo compaesano, Raffaele Ursini, (uno che portò a fallimento il gruppo Liquigas). A dire il vero, non si trattava di un’eredità. Ursini, dopo il crac, scappa in Brasile, lasciando il prezioso malloppo nelle mani dell’amico fidato. Non riuscirà più a ritornarne in possesso. Per Ursini, si trattava di una «vendita simulata»: il 20 per cento regalato, il 10 ceduto con la formula del «patto di riscatto». Ma Ligresti la raccontò in modo diverso: le azioni furono da lui regolarmente acquistate e pagate. Una sentenza, dopo un contenzioso iniziato nel 1988 e durato anni, gli diede ragione.

Adesso Ligresti è di nuovo nei guai finanziari e per venirne fuori cerca di vendere il vendibile: per Sasa e Liguria chiede, come già detto, 300 milioni, è una mission impossibile. Non gli resta che cercare di vendere una quota di minoranza del gruppo FonSai, ma anche questa è impresa impossibile. Nessuno sarebbe disposto a sganciare un mucchio di quattrini ed accettare che il controllo resti in mano alla famiglia Ligresti. Soprattutto perché nel corso degli anni hanno dimostrato di non saperci proprio fare nel mondo assicurativo. Le dismissioni minori abbiamo visto che non risolvono il problema.

Il gioco delle riserve
Il 19 febbraio del 2004, il giornalista Riccardo Sabbatini chiese a Marchionne (a.d. di FonSai): “Anche quest’anno l’utile della società sarà influenzato dalla volatilità delle riserve tecniche la cui riduzione lo scorso esercizio rese possibile il raggiungimento di un utile netto?”. Una domanda insidiosa e micidiale che contiene il sospetto tremendo che gli utili della compagnia siano manovrati “ritoccando le riserve”. Un reato. Non starò a spiegare in questa sede la pericolosità di questo comportamento e come avviene tecnicamente il fenomeno, basti sapere che si tratta di una porcata. Anzi. Nel mondo assicurativo è la madre di tutte le porcate. Per la cronaca, il pupillo di Ligresti di fronte alla capziosa domanda, non si scompose e in modo altrettanto subdolo diede una risposta sibillina: “le riserve saranno stabili, adeguate alla posizione che la compagnia ha raggiunto nel mercato”.

Tuttavia la cosa non nasceva lì, già l’anno precedente nella prima semestrale post-fusione ci fu una diminuzione del saldo tecnico nel ramo danni che passò da 271 milioni del primo semestre 2002 a 166 milioni del primo semestre 2003, dovuto al prelievo una tantum di 160 milioni effettuato nel 2002 sulle riserve (operazione provvidenziale per consentire di chiudere l’esercizio in utile). In aprile del 2007 il titolo FonSai viene sospeso per eccesso di rialzo e dopo essere stato riammesso salta ai massimi assoluti, oltre 40 euro, sospinto da voci assolutamente infondate di un’Opa sulla compagnia da parte della famiglia Ligresti. Il titolo inoltre era balzato perché il management aveva dato indicazioni che il costo medio dei “sinistri riservati” era salito del 5,3% a fronte di un “costo medio del pagato” del 4,4%. Si trattava di una indicazione che significava che la compagnia avesse calcolato le riserve sinistri con una certa “larghezza” e cioè che ci fossero dei margini che eventualmente avrebbero potuto essere liberati negli esercizi successivi. Ancora una volta le riserve vengono usate come una fisarmonica per aggiustare i bilanci, in questo caso, futuri.

Insomma, il gruppo che fa capo a Ligresti attinge alle riserve per aggiustare i bilanci senza alcuna remora. E ciò è a dir poco scandaloso. Uno potrebbe dire, passi per la gente comune che magari ignora la delicatezza del tema, ma gli operatori economici? E soprattutto, l’Isvap? Come mai non c’è stato in questi anni nessuno dell’Istituto di vigilanza che abbia mai accennato alla benché minima ispezione per verificare qual è lo stato effettivo delle riserve? Perché si lascia impunemente che le riserve si muovano “a fisarmonica”?

Nel ramo vita le riserve si dicono “matematiche” perché seguono formule ben precise e consolidate nel tempo, di conseguenza non c’è il “gioco” delle riserve matematiche, perciò il più delle volte il ramo vita appare quanto meno più “serio”. Per questo motivo la Cofiri mi confidò che avrebbero alienato a Ligresti solo Sasa Danni, non Sasa Vita. Tuttavia così non accadde. Anzi. Evidentemente la SAI aveva montato la panna sulla base di chissà quale documentazione e così la Cofiri finì per “regalarci” come ciliegina sulla torta. Galeotto fu un presunto “gioco” di riserve sinistri di Sasa Danni che, a quanto mi fu dato sapere, furono soltanto calcolate con metodi differenti. All’epoca, la SAI di fronte alla dissimile metodologia utilizzata, fece finta di scandalizzarsi strappandosi i capelli e facendo terrorizzare i dirigenti di Cofiri, consiglieri di Sasa, che nulla capivano di assicurazioni. Lo sdegno di SAI era calcolato, tipica indignazione farlocca di consumati ipocriti che rinfacciano la pagliuzza nella riserva altrui e glissano sulle travi nelle proprie riserve.

Quel vizietto delle Opa
A quanto pare l’acronimo OPA (Offerta Pubblica di Azioni) non appartiene al lessico di Ligresti. Nel 2002 la SAI riuscì a prendersi la Fondiaria Assicurazioni senza che fosse fatta l’opzione dell’Opa residuale che è obbligatoria per legge. Quella volta gli azionisti di Fondiaria fecero causa ed ebbero ragione. FonSai fu condannata a pagare il differenziale del valore delle azioni ed in più furono multati i vertici del gruppo.

Perché non fu fatta l’opzione dell’Opa residuale che era obbligatoria per legge? Evidentemente Ligresti deve avere più di un santo in paradiso. E tra questi, qualche santo votato al principio del liberalismo economico basato sul “laissez faire”. Ora la storia sembra ripetersi. E’ singolare il ruolo di minoranza di Groupama in Premafin. La compagnia francese sarebbe disposta ad acquistare i titoli pagando in sostanza un premio per il controllo senza ottenere il controllo (!). Sarebbe sciocco pensare che un investimento di centinaia di milioni sia solo finanziario. Dato che in Premafin c’è solo FonSai, l’accordo riguarda la futura gestione assicurativa. L’ingresso dei francesi è condizionato a che tale obbligo non emerga, perciò subito dopo l’immediata euforia il mercato ha capito l’aria che tira e sono avvenute vendite in massa dei titoli FonSai facendo crollare la quotazione. Tra poco si risolverà il quesito che i francesi hanno posto al momento dell’annuncio dell’operazione, il condizionamento dell’entrata di Groupama all’esenzione dall’obbligo di Opa su Premafin e, a cascata, su Fondiaria Sai e su Milano Assicurazioni. Perciò c’è una richiesta di parere alla Commissione di vigilanza riguardo l’esenzione dall’Opa dopo il riassetto di Primafin che vedrà i francesi di Groupama con un aumento di capitale di 225 milioni. Il peso dei Ligresti sul capitale votante scenderà dal 55 per cento al 34 per cento perdendo la maggioranza assoluta in assemblea, e ciò farà cambiare l’assetto di controllo in Premafin e a cascata in FonSai e nella Milano.

Questo cambiamento sarà un bene, solo che gli azionisti non possono essere beffati ancora una volta dagli accordi sottobanco del cementificatore indomito, l’uomo che passava le mazzette direttamente a Craxi propria manu. Se si lascia ancora una volta che avvenga questa esenzione dall’obbligo di Opa vorrà dire che non si riesce a distinguere tra atti liberi e imposizioni violente. Dopo tutte le porcate fatte, dopo tutte le inchieste aperte, dopo le multe, le sanzioni, forse è arrivato il momento di chiudere il sipario, di passare il comando ad altre persone. L’intero corpo di tirapiedi chiamati manager di cui Ligresti si è attorniato in questi anni, se ne dovrà andare, perché si è dimostrato per quello che in realtà era: gente che non ha ideali ma solo fini; quasi sempre inconfessabili.

Nessuno tocchi lo zio orco (pubblicato su Notizie Radicali il 26/10/2010)

23 Gennaio 2011 Nessun commento

E’ davvero disarmante l’ipocrisia nei mezzi di comunicazione del nostro Paese: la patologica e morbosa curiosità “di massa” che ha scatenato il caso Sarah Scazzi ci sta dando la cifra. E sono proprio i media giacché si occupano e si preoccupano di criticare il “turismo dell’orrore” riferito alle centinaia di persone che si recano ad Avetrana come a una scampagnata. Ma da che pulpito viene la predica? Non sono proprio i mezzi di comunicazione di massa in primis a dedicare decine di ore e fiumi di inchiostro a questo caso? Disapprovano il turismo di massa e poi si piantano lì con telecamere e giornalisti ad interrogare parenti e amici di famiglia. Non è la stessa cosa? Anzi, non è peggio? Peggio perché accadono migliaia di cose losche attorno a noi che ci riguardano direttamente, dalle firme false raccolte da Formigoni, alle carceri che scoppiano, dall’allarme corruzione della Corte dei Conti al rapporto debito/Pil, ai cantieri fermi, alla ricerca bloccata, alla bassa produttività, all’evasione fiscale, ecc. Ma di tutto questo, i nostri media sono colpevolmente silenti.

Certo, il caso Sarah sembra la trama di un thriller per come è stato montato: zeppo di suspense e colpi di scena, con indizi disseminati tra un TG e l’altro e narrazioni mozzafiato. Il racconto dei fatti centra in pieno tutti gli aspetti tipici del thriller, un plot collaudato fatto di assassini senza scrupoli, descrizioni crude e scene truculente, in cui la morte e la violenza, sono gli ingredienti principali. Tuttavia tutto questo è abbastanza ricorrente nei media, che ciclicamente ripropongono il mostro in prima pagina, ma si tratta di un dispositivo freddamente pensato a tavolino, come accade con le minuziose descrizioni delle mamme assassine: vi ricordate di Maria Patrizio? Il racconto di come stava nel carcere di San Vittore, in piena estate con oltre 30 gradi in cella e lei intabarrata sotto una sfilza di coperte e la filastrocca a mo’ di ninna nanna, tra lacrime e singulti: “ho freddo, voglio morire; è tutto inutile se Mirko non c’è più”… E mamma Monica Cabrele? Quella che questa estate ha ucciso il figlio Alessandro di due anni con centoquaranta coltellate. E Vanessa Lo Porto, 31 anni, la casalinga di Gela? Quella che in aprile uccise i suoi due bambini, annegandoli. Questi casi fanno sempre scalpore e non c’è pietà che tenga, nessun sentimento di compassione, the show must go on, lo spettacolo deve continuare, è la legge del business, bellezza. Le descrizioni morbose aumentano sia la tiratura dei giornali sia i telespettatori in tv: il caso di Sarah con la drammatica comunicazione alla madre in diretta che la figlia era morta, è stato l’apoteosi dell’oscenità.

Ma la celebrazione maggiore dello sconcio, l’esaltazione più grande dell’indecenza, il trionfo più raccapricciante della volgarità televisiva avviene dopo, nei giorni successivi, quando i conduttori sfruttano la tragedia per aumentare l’indice di gradimento della propria trasmissione. Se la drammatica comunicazione alla madre in diretta poteva al limite anche starci giacché la notizia stava venendo fuori ed i giornalisti cominciavano a telefonare alla povera mamma ignara, il “day after” invece no. I giorni seguenti avrebbero dovuto risparmiarci quei dibattiti televisivi con tutta quella gente, quei personaggi, sempre gli stessi, che dicono sempre le stesse cose. Psicologi e psichiatri che pontificano senza conoscere i protagonisti della vicenda. C’è qualcuno che può azzardare una spiegazione sul perché una mamma può diventare un’assassina o uno zio può diventare un orco?

La “depressione post partum” per le mamme o la pura follia per lo zio di Sarah o la psicosi bipolare per la casalinga di Gela, sono solo nomi che apponiamo alla nebbia del gesto inspiegabile. Cosa sono queste malattie? Come le si misurano? Quante mamme ancora e soprattutto quanti bambini ancora dovranno morire prima di capirci qualcosa? Quanti ragazze ancora dovranno essere strangolate per mani di famigliari assassini? Quanti bambini appena partoriti dovranno essere buttati nei cassonetti? Intendiamoci, non è un problema solo italiano. Esiste dappertutto. In altre parti del mondo si scoprono scene ancora più raccapriccianti: bambini torturati, o seviziati o abbandonati e con le braccia o le gambe mangiati dai topi. Bambini dalla pelle piena di vesciche dovute al fatto che vengono utilizzati come posacenere su cui si spengono le sigarette… quella pelle che dovrebbe essere amata, coccolata e curata con cremine, profumi e talco, una pelle color rosa che invece è, purtroppo, rosa dalle piaghe.

Noi di Trieste, purtroppo, qualcosa la sappiamo e ce la ricordiamo. La domanda che fece Moncini “cosa succede se il giocattolo si rompe?” rimarrà per sempre impressa dentro la nostra anima. Una stigmate, un marchio a fuoco. E non sono, purtroppo, casi isolati. Anzi, in verità i casi sono tanti, solo che quelli che emergono sono la punta dell’iceberg, selezionati a tavolino per evitare l’assuefazione. Gli esperti dichiarano che ogni anno si possono mettere in conto nel nostro Paese circa una dozzina di casi di infanticidio. Un’agghiacciante statistica alla quale, purtroppo, non ci si sottrae per la legge dei grandi numeri. Una statistica che ci dice quanti ma non quali e tanto meno perché.

Delle decine e decine di mamme assassine e di famigliari orchi, in realtà non veniamo informati; ogni tanto i media selezionano una notizia e su questa si accaniscono e ci dicono tutto, come con la super televisiva Annamaria Franzoni di Cogne. Adesso è il momento della famiglia di Sarah. Domani sarà il momento di qualcun altro. Ma dietro tutti questi casi, televisivi e no, c’è sempre una mamma, uno zio, una cugina. Un famigliare insomma, uno di quei famigliari di cui i giornali e le televisioni ci parlano come malati ma che fino al giorno prima poteva benissimo essere il nostro vicino di casa e noi potevamo benissimo essere a cena da lui. Il giorno dopo, invece, l’opinione pubblica diventa opinione pubblicata: quello che sembrava un tranquillo vicino è invece un orco, un diavolo senz’anima, e quella che appariva come una pacifica cuginetta, una strega maligna. Così ci vogliono far cadere in quel imperscrutabile abisso in cui si mescolano il niente e l’assoluto. E con giri di parole e filosofia da bignami ci danno a bere una violenza agghiacciante ricoperta di ipocrisia e ignoranza; ci menano per il naso e ci fanno scattare un sentimento di repulsione. Da lì a chiedere la “pena di morte per lo zio animale”, il passo è breve. Cosa centrano poi i poveri animali in queste vicende unicamente umane, non è dato sapere. Quello che è noto è che le piazze non sono interessate ai distinguo.

In questo bignami di ipocrisia da parte dei mezzi di informazione, magari un giorno verremo a sapere che lo zio non era tanto un orco ma solo un po’ orco o piuttosto un (p)orco. Anzi, magari verremo a sapere che non era nemmeno un porco, ma solo una nullità, un personaggio senza spina dorsale, un pusillanime comandato a bacchetta che viveva dentro un gineceo all’incontrario, dove la condizione subalterna non è delle donne ma del marito. Magari verremo a sapere che quel giorno lui non c’era e se c’era, dormiva. Chissà. Chi può dirlo. Ma intanto la piazza l’ha subito condannato. Gli striscioni richiedenti la pena di morte sono là a testimoniarlo. Semmai ce ne fosse bisogno, questo è già un motivo più sufficiente per dare tutto il nostro appoggio incondizionato a Nessuno Tocchi Caino. Marco Pannella vorrebbe aggiungerci al nome dell’associazione radicale, anche quello di Saddam ed io proporrei di aggiungere anche quello di Misseri. Nessuno Tocchi lo Zio Orco… Sarebbe un modo per fare avere agli italiani uno spasmo di coscienza, un conato di consapevolezza che, purtroppo, si manifesta appena e poi subito se ne va. Ogni volta, condanniamo in fretta il mostro del momento, che sia la malvagia mamma o la spietata cugina o lo zio “animale” non importa. Subito lo condanniamo e poi lo dimentichiamo. Fino alla prossima volta, al prossimo orco. Ci dimentichiamo che le atrocità e le miserie cominciano da essi stessi.

Non stiamo qui a giustificare le loro azioni, vogliamo solo comprendere quanto accade, vogliamo un maggior protagonismo di Nessuno Tocchi Caino e non da improvvisati psicologi della domenica, non il giorno dopo, non quando si vogliono innalzare gli indici d’ascolto, non quando c’è il fattaccio di cronaca. Vorremmo capire quale profonda radice marcia proveniente da noi stessi alimenta questa frenesia omicida. Qual è il mondo sessista e impietoso che fa di uno zio qualunque un crudele e spietato aguzzino o di una mamma qualunque una mostruosa vergogna o di una cugina qualunque un feroce obbrobrio. Qual è la violenta e disumana turpitudine nella quale anneghiamo i bambini e strangoliamo le fanciulle. Nel mentre, teniamo alta la bandiera radicale e che nessuno osi toccare lo zio orco.

NON SPRECHIAMO LA CRISI

23 Gennaio 2011 Nessun commento

Tempo fa, il brillante economista americano Paul Romer disse che è un vero peccato sprecare una crisi. Una frase straordinaria, di una semplicità e di una portata eccezionale. Una frase che dà la cifra di una nuova consapevolezza economica in quanto le crisi sono un’occasione di saggezza per ripensare vecchi modelli di sviluppo e rivedere come investire nel futuro, come si prepara il terreno per la creazione di nuove attività imprenditoriali, per nuovi settori, per nuove tecnologie.

E’ fin troppo ovvio che non si tratta di avere “màs de lo mismo” (come si dice in spagnolo) cioè avere di più ma sempre delle stesse cose. Né è possibile pensare che la produttività aumenti semplicemente lavorando di più sempre sulle stesse cose, cioè facendo sforzi crescenti che danno rendimenti marginali decrescenti. Somiglieremo al cavallo Gondrando della “Fattoria degli Animali” di George Orwell che ogni qualvolta si presentava qualsiasi problema lo risolveva lavorando di più, L’economia ci insegna che le curve di produttività sono crescenti a tassi decrescenti, e aumentare la produzione di beni in un mondo pieno zeppo di beni di consumo non è razionale. Anzi, peggiora le cose. Nei momenti di crisi, poi, immettere miliardi per salvare grandi gruppi o per stimolare la costruzione di opere pubbliche oppure semplicemente di nuove case perché quando “tira” l’edilizia si porta a traino anche gli altri settori, è semplicemente un non senso: stiamo vivendo una crisi di sovrapproduzione. Eventuali nuove case andranno ad aumentare la massa di appartamenti vuoti che già invadono città e periferie. I mercati sono ormai maturi e saturi per quasi tutti i prodotti che ci circondano, automobili, elettrodomestici, indumenti, ecc.

Non sprechiamo la crisi: ci sono un’infinità di impieghi che richiedono inutili trasferimenti fisici dalla propria casa al posto di lavoro. Che senso ha per una impiegata nelle assicurazioni spostarsi in macchina facendo salti mortali per accompagnare i bambini a scuola e timbrare il cartellino entro una certa ora cercando un parcheggio impossibile in centro, per poi stare in ufficio ad immettere riscatti in un calcolatore? Non può farlo da casa? E non lo farebbe molto meglio, in minor tempo e soprattutto quando più le conviene farlo? Riuscite ad immaginare quanto si risparmierebbe? Abitazioni, riscaldamento, viaggi in auto, in bus, carburante, parcheggi, mobili e arredamento, buoni mensa, asili nido, ecc. Ci sarebbe minor traffico e meno smog, diminuirebbero gli incidenti stradali si ripopolerebbero i centri storici e magari anche la campagna dato che ognuno può lavorare da dove gli pare. Non abbiamo inventato niente, questo esiste già e si chiama telelavoro. Solo che non è applicato. Il telelavoro libererebbe un’infinità di risorse. Oggigiorno, almeno la metà degli impiegati sarebbe più efficace ed efficiente se lavorasse da casa. E’ incredibile come siamo talmente radicati nelle convenzioni e nelle convinzioni da non renderci conto del nostro assurdo modo di vivere. E l’altra metà, quella che per diversi motivi deve muoversi, ha il problema opposto: cioè non è abbastanza mobile. Considerato quanto è stato investito, a livello internazionale, in infrastrutture, autostrade, aeroporti e in armonizzazione dei sistemi per far circolare le merci e le persone, è impressionante quanto poco facilitiamo la mobilità dei lavoratori da un Paese all’altro dove meglio può crescere e contribuire allo sviluppo senza essere sprecato.

Non sprechiamo la crisi. Immettere miliardi nel sistema produttivo, così come lo conosciamo, non crea le basi per qualcosa di nuovo. Il futuro non lo costruiremo mai pensando a ciò che c’è già, ma a ciò che non c’è. Il nuovo lo costruiranno le nuove generazioni, ciò che possiamo e dobbiamo fare per esse è batterci per avere politiche rivolte a loro: nuovi modelli educativi che si concentrino non nella memorizzazione di informazioni, ma nella capacità di analizzarle e ricombinarle in maniera critica. Nuovi modelli di formazione professionale che non inchiodino i ragazzi ad un “mestiere” che dopo pochi anni è già superato poiché è noto che i mestieri non durano più. Bisogna educare nel senso che i ragazzi sappiano tirar fuori le proprie capacità (questo è il significato di e-ducere) e poi che siano in grado di gestirle in modo intelligente e flessibile.

Non sprechiamo la crisi. Riflettiamo che senso ha la scuola oggi giorno così com’è fatta. E’ solo un luogo di reclusione per docenti e discenti, una sorta di carcere a libertà vigilata. I ragazzi non ascoltano più, molti vanno in classe con gli auricolari attaccati alle orecchie e i telefonini nascosti sotto banco per mandarsi sms in continuazione. Gli insegnanti applicano un appiattimento educativo e cerebrale che sclerotizza la personalità dei ragazzi, rendendoli incapaci di associare le idee. E poi si sono arresi: l’alleanza tra insegnanti e genitori si è rotta da tempo. Ormai se un professore tratta male un ragazzo rischia di trovarsi un’orda di famigliari inferociti che minacciano querele per proteggere il loro pargolo e in più anche il preside non è dalla sua parte giacché lo redarguisce, lo riprende, lo rimbrotta, lo richiama al ripristino dell’ordine: meglio abbondare nell’ignoranza piatta che nell’illuminazione incasinata. Così, a poco a poco, la scuola è diventata un luogo che non interessa più a nessuno: non agli insegnanti che sono diventati nel migliore dei casi, percettori di quattro soldi per fare i vigilantes e men che meno ai ragazzi che si intruppano nel proprio gruppo normalizzandosi nei scimmieschi vasi comunicanti fatti di monosillabi e parolacce a doppia zeta. Quindi non resta che abolire la scuola, questa sì sarebbe una vera rivoluzione. Lasciare solo la scuola elementare e poi più nulla, solo esami. Le medie, le superiori e l’università diventano soltanto luoghi di esami.

Con tutte le informazioni che ci sono in giro, con tutte le notizie, le indicazioni, le lezioni che si possono acquisire da mezzi audiovisivi, da internet, ecc. ciascuno può diventare autodidatta come meglio gli pare e con i mezzi che vuole e chi non riesce da solo si può prendere un insegnante privato. Forse in questo modo emergerebbero anche i migliori insegnanti, quelli veri, quelli che sentono la vocazione, quelli in grado di attrarre chi cerca di andare incontro ai segreti della vita, agli arcani della scienza, ai misteri della poesia. Ci sono anche docenti bravi che non sanno insegnare ma sanno fare i ricercatori, gli scienziati. Questi possono diventare gli esaminatori dei ragazzi autosufficienti che studiano come vogliono, nel tempo che vogliono, anche con l’i-pod se lo desiderano. L’unica cosa che sono obbligati a fare è presentarsi per superare gli esami. Magari tanti, tantissimi esami ogni mese e a livelli elevati. Questo sì sarebbe una rivoluzione sociale e culturale. Non più ragazzi che fanno resistenza passiva, che vivono in una ragnatela di ignavia, di pigrizia mentale e di indifferenza qualunquista.

Non sprechiamo la crisi: già oggi i nostri ragazzi hanno sulla loro testa un debito di 20 o 30 mila euro, e non avranno chi pagherà loro le pensioni. Che si vuole di più per incominciare ad affrontare il cambiamento? Si impone una riflessione non facile ma ormai necessaria ed urgente. Le città sono invase di cartelloni che promettono recuperi scolastici prodigiosi ed esami indolori, messaggi diseducativi poiché chiunque potrà autocondonarsi “comprandosi” un diploma, di certo non si risolve alcunché in questo modo. I problemi sono ancora tutti lì, nell’Italietta da sei meno, l’Italietta di quel voto scandaloso che è l’inno più dannoso, nocivo e malefico alla mediocrità. La scuola non è cambiata, forse perché non è possibile cambiarla, forse perché la si vuole proprio così com’è. Non ci investiamo risorse e non pretendiamo risultati. Continuiamo a guardare i cartelloni che promettono recuperi scolastici, con testimonial di calciatori famosi che hanno fatto miliardi con la terza media in tasca, prova provata, test vivente di come si possa diventare ricchi e famosi rimanendo ignoranti. Cultura speciosa e conoscenza degradata ad inutile orpello.

Non sprechiamo la crisi che può essere un’opportunità per rivedere i nostri vecchi modelli e tararli sul futuro invece che utilizzarla per giustificare tagli e per fermare alcuni processi di riforma. Basta pensare al blocco della riforma dell’università. E anziché mettere mano a una vera e importante riforma della formazione professionale che andasse nella direzione degli altri Paesi europei, dove si cerca di rafforzare il legame tra scuola e impresa, è stato abbassato l’obbligo scolastico e demandata ogni formazione alle imprese che peraltro non fanno alcuna formazione.

No, non sprechiamo la crisi. Prima che sia troppo tardi. Perché temo questa Italietta dove qualsiasi ragazzo o ragazza può conquistare la ribalta televisiva solo perché fisicamente bello e socialmente disponibile. Temo questa Italietta che prepara nella sua ignavia, un condono educativo per i nullafacenti.